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    05/07/2022

Migliori, in mostra gli scatti del fotografo-alchimista

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Nino MiglioriREGGIO EMILIA – In occasione dell’apertura ufficiale della IX edizione di Fotografia europea, a cura della Galleria d’Arte 2000&Nocecento di Reggio Emilia il prossimo 2 maggio è in programma l’inaugurazione della mostra personale del fotografo Nino Migliori (Bologna, 1926) dal titolo "Sconfinamenti. Vintage ed unicum di Nino Migliori".

Con questa mostra, a cura di Marisa Vescovo e Erika Rossi, il grande fotografo bolognese Nino Migliori ci propone – si legge in una nota – tre gruppi di opere, datate 1950/1977, in cui troviamo la straordinaria creatività di quello che si definisce “fotografo alchimista”, sempre in cerca di tecniche nuove, anche off camera, che testimoniano il suo desiderio di travalicare continuamente i paletti della foto tradizionale per lavorare direttamente con la carta fotografica, che assume un significato nuovo di primo piano, la luce, materiali  inusuali, trattati con un gesto potente, che reinventa le forme sottraendole al caos.

Il primo gruppo di scatti riguarda i “Muri” (1950-1973), lavori che cercano di trovare sui muri delle periferie urbane, e no, i segni della sfioritura dell’intonaco stratificato nel tempo e le tracce che i passanti vi hanno lasciato per caso, o per dare memoria ad un messaggio indifferibile. Alcuni di queste foto sono decisamente vicine all’Informale pittorico (sono contemporanee ad esso ed hanno inizio nel 1950),  altre più legate alla scrittura di getto, che inneggia all’amore o alla pace, di clima decisamente pop, e rispondono ad un richiamo esistenziale, ad una labilità felice, da decifrare con un fruizione lenta, ma desiderosa di azione. Queste ultime si amalgamano alla creatività anni Settanta.

Il secondo gruppo di opere, i “Polarigrammi” (1977), portano avanti sperimentazioni precedenti off camera, e si fondano su un materiale plastico trasparente inserito tra due lenti polarizzate che da vita a geometrie complesse ed arabescanti.

Il terzo gruppo di lavori denominati “Herbarium” (1974) sono carte che partono da reperti di natura (foglie e fiori) messi fra due vetri e poi stampati in laboratorio come se fossero una diapositiva, rivelando così il segreto della loro mirabile struttura ed il mistero delle forme e della cromia. Le opere singole ed i dittici si impongono ancora una volta come una sperimentazione molto puntigliosa, effettuata senza macchina fotografica, che vuol essere una raccolta, quasi scientifica, di reperti di natura, una natura, talora già depauperata dal tempo, lasciata in eredità ad un uomo, il quale sta dimenticando i valori di quell’universo che  gli è madre e non matrigna.

Con questa personale l’artista mostra quanto sia facile per la sua creatività sconfinare felicemente fra i vari linguaggi dell’immagine, mostrando anche che molte sue elaborazioni originali sono in anticipo, o in contemporanea, con i vari movimenti delle arti visive degli ultimi decenni.

 

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