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    23/07/2024

Dall’autonomia regionale differenziata Mezzogiorno in panne

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Politica12_up_de_magistris.jpgAVELLINO – Sul tema dell’autonomia regionale differenziata ospitiamo un intervento di Aldo D’Andrea, esponete provinciale di Unione Popolare.

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Calderoli, ministro per disgrazia, ancorché noto ai più per essere stato l’ideatore di una riforma elettorale definita da lui stesso porcellum, è attualmente in cimento per regalare nuovo oltraggio nell’avanzare il sacco della “autonomia regionale differenziata”. Artefice instancabile, nel serraglio dei sodali piccini di mente e vuoti di spirito, egli lancia la opa ostile a 20 milioni di cittadini residenti sulle terre del Mezzogiorno d’Italia.

Giannola, presidente della Svimez, ha diffuso senza timore di smentite che gli investimenti destinati al Mezzogiorno si sono ridotti al 20%, negli anni 2000, a fronte del dovuto 34%. Di più: in una intervista resa al giornale “La Sicilia”, nel gennaio 2021, sosteneva che il Recovery fund approvato dal governo contiene errori strategici gravi, laddove appaiono carenze di risorse destinate al Sud, sull’altare del non arrecare disturbo ai partiti del Nord, Pd incluso.  Se ne prenda atto e ci si ponga una serie di domande, con risposte dall’agire concreto.

Il Mezzogiorno è terra ove ricchezze di natura abbondano e, a merito futuro dei suoi residenti, vi deve essere la capacità di utilizzarle al meglio per il sostentamento di sé. Dunque non consentire ancora che siano altri a goderne frutti economici. Un esempio: gli oli extravergini di oliva.

La produzione di questo bene, pur abbondante nel Sud-Italia, ovvero in Campania, Basilicata, Calabria, Puglia, Sicilia è commercializzata da aziende del Nord Italia, con il paradosso di aziende con sede in Lombardia, che è terra non produttrice di oli. Occorre, allora, organizzare cooperative e consorzi meridionali, per provvedere sia alla produzione che direttamente alla vendita al di fuori dei canali della grande distribuzione, anch’esse nelle mani di aziende non meridionali. Ne verrebbero anche calmierati i prezzi.

Ma questo non vale solo per gli oli; vi sono vini e prodotti agricoli di pregio soggetti alla razzia di aziende collocate fuori dal Mezzogiorno di Italia, con conseguenti ricchezze disperse in luoghi lontani dai nostri. Se si conoscessero gli spumanti nostrani, tipo Fiano per esempio, di acclarata e elevata qualità, a chi verrebbe in mente di comprare spumanti veneti o piemontesi? Siamo 20 milioni di abitanti nel Mezzogiorno, e abbiamo la fortuna di possedere materie prime che devono essere sfruttate e consumate prima di tutto da noi stessi. Manca solo l’organizzazione.

Nel gennaio 2019, in una intervista resa a Limes, ancora Giannola spiegava che l’aumento della produttività della agricoltura meridionale era stato il volano della crescita economica dell’Italia nel dopoguerra, unitamente al trasferimento dal Mezzogiorno di manodopera per la industrializzazione del Paese. Di questa interdipendenza Nord-Sud, tapini e menti deboli, in omaggio a piccineria, non ne hanno colto il senso. Alla Svimez sanno che per ogni euro speso al Sud il Nord ne ha intascato più di 45 centesimi, come sanno che i grandi appalti pubblici sono stati sempre “materia” di grandi aziende settentrionali, con subappalti meridionali. La Napoli-Bari in costruzione ne è esempio.

Un Sud ancor più impoverito renderà meno profitti allo stesso Nord, a causa della riduzione del mercato interno. Bisogna, perciò, consumare prodotti meridionali, per lasciare i soldi nelle nostre terre, perché con l’attuazione della autonomia regionale differenziata necessita ancor più che i ricavati del consumo restino nella nostra disponibilità.

Altro esempio. Nel Sud-Italia non vi sono assicurazioni, banche, fondazioni. Tutte le linee di credito sono erogate da istituti del Nord-Italia che operano la raccolta nel Mezzogiorno per finanziare in grande maggioranza investimenti in Nord-Italia. Così nel campo delle assicurazioni. Ovvero, oltre al danno, le beffe e il disprezzo.

Calderoli e la Lega Nord hanno avuto il gran merito di mettere in chiaro che l’avidità di quella parte d’Italia persegue “onestamente” l’obiettivo di mettere il Mezzogiorno in panne, ridurlo allo stato di colonia interna, ovvero ad un luogo dove la vita media dei residenti deve restare più bassa, dove i trasporti devono essere più lenti, dove le bellezze dei luoghi non devono essere valorizzate, se non ovattate fino a nasconderle, al fine di non penalizzare altre aree del Paese dove la natura non si è mostrata altrettanto benigna.

Né, nella piccineria di menti stupide, è difficile udire, tra altri, epiteti antimeridionali tipo “africani”, a mo’ di disprezzo; orbene, al contrario, si sappia volgere a sprone quella altrui scemenza perché diventi ricca occasione di crescita per il nostro Mezzogiorno, penisola del Mediterraneo, ponte di un continente africano ricco di sostanze e di giovinezze.

Il Mezzogiorno ha molto; più di altre aree geografiche. Il nostro difetto è stato, finora, solo la cattiva organizzazione, ma è tempo di porre rimedio.

*Unione Popolare

 

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