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    15/07/2024

Non è mai vano battersi per la moralità della politica. La lezione di Di Nunno

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Per gentile concessione del fotoreporter Mario D'ArgenioAVELLINO – La moralità della politica: questo il titolo del convegno – e allo stesso modo del libro, da poco uscito in stampa per le edizioni de Il Terebinto, a cura di Generoso Picone e Carlo Silvestri, la cui pubblicazione è stata, nell’occasione, annunciata e presentata – tenutosi oggi nella sala blu dell’ex carcere borbonico, nella ricorrenza del nono anniversario della morte dell’ex primo cittadino Antonio Di Nunno. E come ogni anno, amici, amministratori, semplici cittadini, si sono riversati in massa riempiendo fino all’ultima sedia disponibile per ricordare quello che è stato a tutti gli effetti un «sindaco della gente», nonostante la definizione, probabilmente,  –  secondo l’osservazione di Generoso Picone – avrebbe dato fastidio allo stesso Di Nunno.

Trovarsi a parlare di Di Nunno significa, però, soprattutto parlare di Avellino, della città da lui tanto amata, della sua visione di città. Il grande merito amministrativo di Di Nunno – è stato più volte ribadito durante i vari interventi che si sono succeduti alla tavola rotonda – del resto fu proprio la sua capacità di avere una «visione della città». Una visione che nasceva non solo dalla passione politica e che quindi, come ha ribadito, nel corso del suo intervento, il professore Paolo Ricci, ordinario di Economia aziendale preso l’Università di Napoli “Federico II”, era anche «visione ideologica» - termine, quest’ultimo, che sembra fare ancora paura, in un’epoca, come la nostra, definita post-ideologica -, ma anche dalla presa di coscienza di porre al centro dell’agenda politica l’interesse generale, il bene comune. Oggi, ad Avellino come nel resto d’Italia e forse dell’Occidente, non sappiamo più cosa significhi questa espressione: e la lezione di Di Nunno, in un anno che per la città capoluogo sarà caratterizzato dalle elezioni amministrative, risulta ancora attuale.

«Di Nunno pensava Avellino» ha affermato Picone. Pensava a come dovesse rinascere Avellino dalle macerie del sisma. Pensava di proiettare la sua Avellino nel futuro. Di fare della città un comune nuovo: novità che non solo proveniva dalla nuova fisionomia da dare alla città – su tutte emergeva quel sogno dell’Avellino città-giardino – ma anche dalle nuove possibilità che si aprivano per il governo locale. Non va dimenticato, infatti, che Di Nunno divenne sindaco nel 1995, in un momento storico in cui la politica italiana, uscita a pezzi e dalla caduta del Muro di Berlino nell’89 e, soprattutto, dallo scandalo di Tangentopoli, si cercava di rinnovare, partendo dal basso, dall’esperienza dei sindaci.

E Di Nunno è stato uno dei protagonisti di quella “stagione dei sindaci” che negli anni Novanta diede voce alla voglia di cambiamento contro la “partitocrazia”. E la voglia di cambiamento rappresentata da Di Nunno emerge in maniera consapevole nell’intervista – pubblicata nel volume in oggetto – che la sociologa Anna Maria Zaccaria gli fece in occasione del suo lavoro di ricerca sul Comune di Avellino nel contesto dei cambiamenti intercorsi nelle amministrazioni locali alla fine degli anni Novanta: un’intervista densa di esperienze personali e politiche, ma anche intime riflessioni sulle sue capacità e possibilità. Di Nunno in quell’intervista rivendicava la sua autonomia politica. Che significava, soprattutto, «dignità ed orgoglio». Ma oltre ad autonomia, altre tre parole – ricordate da Ricci – possono aiutare a descrivere il politico Di Nunno: abnegazione nell’esercizio del potere a favore dei cittadini; senso delle istituzioni; lealtà.

Queste parole, che hanno caratterizzato sicuramente l’azione politica di Di Nunno, hanno rappresentato, in un certo senso, la sua “condanna”. Infatti, quello stesso sistema partitocratico che lo aveva costretto, per le sue stesse incapacità, a rientrare nell’agone politico dalla porta principale, ad un certo punto, preoccupato dalla sua autonomia, iniziò a delegittimarlo, ad isolarlo («un periodo di solitudine terribile» ricordavo lo stesso Di Nunno nella già citata intervista alla Zaccaria nel 1998), ad accusarlo di voler crearsi un suo seguito politico. Vittima di maldicenze, intrighi, calunnie, che circolavano sulla stampa locale (la cosiddetta “operazione canaglia”), colpito nel luglio 2000 da una grave malattia, nell’ottobre 2003 Di Nunno si dimise, non senza aver rivendicato, nel suo ultimo messaggio da sindaco al Consiglio comunale, la cifra della sua azione politica: «Si chiude – diceva in quell’occasione – un’esperienza sulla quale ho impostato, ad estrinsecazione di tutto ciò in cui io credo, la moralità della politica».

Quella moralità tanto rivendicata e che, vanamente, aveva cercato di riportare nel governo amministrativo, si sarebbe trasformato in quel politicume che avrebbe tradito la sua visione di città, tarpando le ali all’aquilone-Avellino. Oggi dell’Avellino di cui aveva visione Di Nunno non è rimasto nulla, o poco; soprattutto manca la visione di una Avellino futura, una città che deve aspirare ad essere non come Barcellona o Copenaghen, come qualcuno cerca o aspira o millanta di fare, ma ad essere funzionale per i suoi stessi cittadini. Questo è l’obiettivo che deve seguire chi si assume l’onere e la responsabilità di guidare il governo locale: dare un’immagine futura, una visione, della propria città. Anche – anzi, soprattutto – quando questa stessa visione appare assurda e lontana dagli interessi di parte.

Valga, per chi oggi decide di scendere nell’agone politico – e vale, senza dubbio alcuno, per l’esperienza di Di Nunno – quanto Rostand faceva affermare al suo personaggio, Cirano: «Non si pugna nella speranza del successo! No, no: più bello è battersi quando è invano».

In apertura di convegno ci sono stati i saluti istituzionali del sindaco di Marzano di Nola, in rappresentanza della Provincia, Franco Addeo. L’apertura dei lavori è stata affidata ad uno dei più strenui compagni dell’avventura politica di Di Nunno, ovvero Antonio Gengaro. Sono intervenuti alla tavola rotonda, moderati da Aldo Balestra, oltre ai già ricordati Generose Picone e Paolo Ricci, anche Anna Maria Zaccaria, Stefano Sorvino («avversario leale» della prima campagna elettorale di Di Nunno) e Amalio Santoro.

Al termine dell’analisi dell’esperienza professionale e politica di Di Nunno si sono susseguiti due ricordi, più strettamente personali, affidati a Nicola Cecere e Carlo De Stefano. Nel pubblico, tra gli altri, erano presenti padre Antonio Salvatore, il professor Alberto Amatucci, l'avvocato Giacinto Pelosi, l’ex sindaco di Avellino Paolo Foti, l’ex senatore Enzo De Luca, il deputato Gianfranco Rotondi, la neo presidente di FdI Ines Fruncillo, il giornalista Rai Rino Genovese in lizza per la candidatura a sindaco con il centrodestra, il direttore generale dell’Istituto zooprofilattico sperimentale del Mezzogiorno Antonio Limone che potrebbe scendere in campo per il centrosinistra, l’avvocato Benny De Maio che invece alla candidatura, sempre con il centrosinistra, ha rinunciato per motivi personali.

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