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    22/12/2014

Il j’accuse di Carlo Poerio sul carcere di Montefusco

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b_300_220_15593462_0___images_stories_carcere_montefusco.jpgSe il Times l’avesse pubblicata, la lettera di Carlo Poerio sulle carceri borboniche avrebbe avuto facile presa nell’opinione pubblica inglese, che già da tempo (grazie alle visite ufficiali nelle prigioni del Regno delle Due Sicilie di alcuni deputati, soprattutto di sir William Gladstone, futuro premier liberale) aveva preso le distanze dal fedele alleato borbonico.

Che il principale quotidiano di Londra abbia invece deciso diversamente, in realtà, non è stato un gran danno per il movimento patriottico italiano e per il processo di unificazione nazionale: la monarchia di Francesco II di Borbone, come si diceva, era ormai abbondantemente screditata in Europa, e particolarmente in Inghilterra le simpatie della stampa e della società civile erano indirizzate decisamente verso i patrioti italiani in esilio, da Mazzini a Garibaldi, e gli stessi reduci dal carcere di Montefusco, che dopo il rocambolesco dirottamento della nave che doveva portarli nel continente americano furono accolti con tutti gli onori, nel 1859, dal popolo inglese. La lettera di Poerio (che era scampato alla condanna a morte proprio per il prestigio personale e familiare di cui godeva all’estero) era inoltre datata 12 giugno 1860: i Mille erano già partiti da Quarto, e l’inglorioso crollo finale del fatiscente regime borbonico era ormai questione di poche settimane.

La lettera di Poerio, che del carcere di Montefusco (lo “Spielberg italiano”, come venne poi definito) resterà il detenuto politico più famoso, nasceva dall’indignazione per l’intervento di un deputato della Camera dei Comuni, Henessy, che nella seduta del 20 maggio aveva pronunciato un vibrante intervento in favore della monarchia napoletana, asserendo, come ricorda Poerio all’inizio della sua ,missiva al direttore del Times, che dovevano considerarsi “tutte calunniose le accuse mosse contro il Governo delle Due Sicilie come stoltamente feroce e sfrenatamente tirannico”.

Il parlamentare inglese, in particolare, tirò in ballo proprio Poerio: “Per tutta pruova – rispose al Times quest’ultimo, neodeputato al Parlamento di Torino - di questa sua assertiva, con poco felice consiglio, egli citò il mio nome; e con la solennità del più profondo convincimento sostenne esser falso ch’io portassi la catena quando andai soggetto ad una pericolosa operazione. Anzi soggiunse che, sebbene condannato a’ ferri duri, io non aveva mai portato catena. E per addurre una pruova sfolgorante ed ineluttabile di questa sua affermazione, ricordò un documento de’ Chirurgi del Governo, nella quale è detto a chiarissime note ch’io non aveva mai portato la catena, né al momento della operazione, né prima, né dopo”.

Si trattava di un macroscopico falso, e toccherà agli storici – se possibile – accertare se l’iniziativa del deputato Henessy fosse dovuta solo a ingenua disinformazione o, come appare più probabile, alle manovre di qualche spin doctor dell’epoca, maturata negli ambienti della polizia e dello spionaggio napoletano. D’altronde, spiegava Poerio al direttore del Times, non bisognava sorprendersi più di tanto che “dove lo spergiuro siede sul trono da quattro generazioni per obbligo ereditario e quasi a suggello della legittimità della filiazione, i docili strumenti del potere siano santamente spergiuri per divozione dinastica”.

A quest’accusa infamante, Poerio rispose citando circostanze inequivocabili:

“Ora, col compenso del Sig. Hennessy, mercé le mie sensazioni io sono sinceramente convinto di aver portato la catena senza l’interruzione di un solo istante dal primo giorno che sono stato condotto in galera, 4 febbraio 1851 (dopo quasi due anni di carcere nelle fetide prigioni della capitale), fino al giorno che ne sono uscito, 16 gennaio 1859. Forse sarà stata una mia illusione, ma il Sig. Hennessy deve pur concedermi che fu una illusione di buona fede, essendo giustificata da’ seguenti fatti. Il 4 febbraio, come dissi, fui condotto legato ed affunato e con le manette insieme a’ miei compagni dal carcere della Vicaria nell’arsenale di Napoli che sottostà alla Reggia. Colà fui ferrato con doppia catena ed in coppia col mio onorevole amico l’ex-giudice Pironti già deputato al Parlamento; i nostri ferri furono ribaditi sulla incudine; fummo vestiti con gli abiti di galera, poscia condotti sopra un piccolo piroscafo, e subito calati in sentina, eccetto due sacerdoti che rimasero sulla tolda. Il Maggior Generale della Real Marina sig. Brigadiere Palumbo presedeva a quelle operazioni, e la sua presenza fu un vero beneficio, poiché riprese severamente un aguzzino che per zelo d’ufficio nel ribattere la bietta, con un furioso colpo di martello dato fin falso poco mancò che mi spezzasse una gamba. Condotti a Nisida ci fu tolta la doppia catena, e secondo i regolamenti di quel bagno fummo dispajati, e fu data a ciascuno la catena semplice. Ma dopo tre giorni il Presidente dell’Ammiragliato, il Conte dell’Aquila, fratello di Ferdinando II, dispose che fossimo nuovamente accoppiati con la doppia catena. (…)Dopo pochi altri giorni fummo improvvisamente chiamati di notte e condotti, sempre col ferro al piede, nel Castello d’Ischia, dove era un bagno di gastigo per la feccia de’ ribaldi più incorreggibili, rifiuto delle altre galere. Colà ci furono cambiate le antiche catene con altre più pesanti (…)”.

A coronamento di questa agonia carceraria, Poerio rievoca la detenzione a Montefusco: “Il dì 8 febbraio 1852, sempre con l’indivisibile catena, fummo ricondotti in Napoli, deposti in un letamajo, e sul mezzo della notte consegnati al Commissario di Polizia Campagna per condurci al nostro nuovo destino in Montefusco, dove era un orrido carcere che per misura di umanità era stato chiuso da più anni d’ordine del Governo, e che appositamente per noi fu riaperto. Viaggiammo tutta la notte ed il giorno seguente, e non solo col ferro al piede, ma per maggior sicurezza con le manette, e per maggiore precauzione con le mani in croce.

Nel dì 16 marzo dello stesso anno, attesocché quel carcere avea bisogno di molte riattazioni per concederci senza pericolo quel poco d’aria alla quale i condannati avevano diritto secondo i regolamenti, per Decreto Reale ed in via di grazia venimmo nuovamente disgiunti, e fu sostituita a ciascuno la sua propria catena. Così trascorsero parecchi anni, fino a che nel 28 maggio 1855 fummo condotti, sempre con l’inevitabile catena al piede, nel nuovo bagno di Montesarchio, antico Castello donato dal Duca di Avalos a Ferdinando II, e che egli con provvida cura fece ridurre a bagno di eccezione appositamente per noi, ossia per trenta individui trascelti tra’ milleduegento condannati a’ ferri duri per imputazione politica. L’eccezione consisteva in una infinità di misure vessatorie per impedire che i reclusi avessero relazione col mondo esteriore”.

Per Poerio, Castromediano, e gli altri illustri detenuti politici, tra i quali gli irpini Michele Pironti e Nisco, furono quattro anni terribili: “Così vivemmo per altri quattro anni, sempre incatenati, fino a che, nel 16 gennaio 1859, fummo per Decreto Reale liberati dalle catene, condotti sopra un piroscafo della Marina Reale per essere deportati in America”, ricorda ancora Poerio nella lettera al Times.

Ancora pochi mesi e, nonostante il silenzio del più prestigioso giornale inglese, la Storia avrebbe dato ragione a Poerio e ai coraggiosi martiri per l’Unità d’Italia.

 

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