Il Centro che era, e quello che sarà. Il nobile pensiero degasperiano della politica, che il premier Monti è tornato a citare nel suo discorso al meeting di Cl, a Rimini. E poi la lettera di Ciriaco De Mita al Corriere della Sera del 19 agosto, sull’esempio del «riformismo degasperiano, incisivo e graduale, realistico e lungimirante».
Chissà, non poteva in fondo esserci un lancio migliore per l’ultimo libro del politico di Nusco, intitolato «La storia d’Italia non è finita» (editore Guida, pagg. 192, euro 12,00). L’appuntamento in libreria è per i primi di settembre, in pieno dibattito nazionale sull’ipotesi di formazione centrista, che sta vedendo impegnati in questi giorni gran parte dei politici. De Mita, al Corsera, spiega dal suo punto di vista come proprio i partiti «possano far rivivere l'eredità del grande statista democristiano, solo a patto che le forze politiche abbiano la capacità di superare le difficoltà dell'indebolimento del processo democratico, impegnandosi a costruire insieme le ragioni della civile convivenza adeguandone le regole alla nuova realtà del Paese».
Considerazioni che sono fondanti nel lungo «ragionamento» che l’europarlamentare dell’Udc svolge, appunto, nel suo libro prossimo all’uscita, scritto rispondendo alle domande di due «sollecitatori» irpini, i professori Giuliano Minichiello e Luigi Anzalone.
Una lunga carrellata su settanta anni di storia italiana, da quella vissuta con i pantaloncini corti a Nusco a quella esercitata ai massimi livelli come segretario nazionale della Dc e presidente del Consiglio. Un excursus denso, e non poteva che essere così, con avvenimenti raccontati da testimone diretto perché vissuti in prima persona.
Dentro c’è molto: la passione per Sturzo e De Gasperi, l’incontro con la profondità del pensiero di Moro, i rapporti tesi ma necessari con Craxi, a quelli con i comunisti Ingrao e, soprattutto, con Berlinguer. Viene fuori, a tratti, un De Mita nostalgico, eppure positivamente ossessionato dal ribadire che il «passato non va rimosso» e neppure «celebrato». Si scopre qualche curioso episodio autobiografico (un finto sciopero della fame per attestare, in gioventù, la validità del suo pensiero politico in nuce), oppure il ricordo, a tratti struggente e romantico, della visita di Stato nella Russia che Gorbaciov stava portando ad una breve, entusiasmante ed insieme sfortunata perestrojka.
Il filo del ragionamento demitiano corre veloce fino all’iniezione di speranza finale, colta appieno nella prima recensione che il libro ha avuto su un quotidiano, Il Mattino di Napoli, a firma del giornalista Aldo Balestra, nell’edizione del 7 agosto scorso. Ovvero la sfida dei partiti per una società con rappresentanza effettiva: De Mita considera la storia ferma alla fine della Prima repubblica, in fondo non riconoscendo patenti di validità alla Seconda, tranne che per la successione di eventi accaduti comunque utili, da comprendere se si vuol costruire un futuro. Un futuro di storia italiana fuori dalle attuali difficoltà che De Mita, ottimisticamente, forte dell’attuale riformismo degasperiano, pure intravede. Pur essendo consapevole - come detto - del ruolo di responsabilità che le forze politiche dovranno assumere. Su questo, De Mita, sembra non voler scommettere, anche se il cuore - più della mente - lo spingerebbe ad auspicare una svolta positiva.




