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    12/08/2026

Lengua: «Sono colpevole di estrema lealtà. De Luca ha ceduto ai presunti innovatori»

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Caterina LenguaAVELLINO – Una conferenza stampa che si preannunciava calda, e così è stato. Mentre fuori scendeva una pioggia battente e copiosa, nella sede di via Tagliamento Caterina Lengua si è tolta qualche sassolino dalla scarpa dopo quattro anni di segreteria, al cospetto della maggioranza del partito che le ha preferito il presidente Carmine De Blasio in vista del prossimo congresso. Un incontro organizzato per «dovere», dopo essersi imposta il silenzio per quattro lunghi giorni. Seduto in sala un pubblico tripartito tra simpatizzanti e amici della Valle Caudina, giornalisti e dirigenti democratici: De Blasio, Todisco, Caputo, Ricciardi, De Pietro, i candidati alla segreteria ci sono tutti. Franco Vittoria seduto in prima fila, in fondo in piedi Petitto e Festa, Nando Romano, Fierro, Venezia, a centro sala un rumoroso Andrea Forgione.

Dopo aver ringraziato i giornalisti presenti, la Lengua inizia puntualmente a snocciolare la sua versione dei fatti, precisando subito che non c'è stato nessuno scambio: «Alcuni hanno riferito di un'offerta che mi è stata fatta, la garanzia di un nuovo incarico in cambio del ritiro della mia candidatura, ma respingo al mittente le presunte promesse. Chi mi conosce sa che già nel 2009 non ho mai chiesto di essere candidata, mi fu chiesto di dare una mano e animata da generosità accettai con grande sacrificio, rinunciando alla mia vita professionale (l'avvocato, ndr) e familiare. Lo feci per sbloccare l'impasse, non certo perché De Blasio fece un passo indietro».

Prosegue riportando un piccolo resoconto della sua gestione, partendo da un dato cui tiene molto: «Consegno al mio successore un partito in crescita. Quattro anni fa eravamo partito d'opposizione a tutti i livelli. Ora le posizioni si sono rovesciate. Grazie a un meticoloso lavoro sul territorio, abbiamo avuto risultati positivi in tutte e tre le tornate elettorali che mi hanno vista segretario». Ci tiene a sottolineare l'opera svolta proprio nelle amministrazioni, ricordando con una punta d'orgoglio che «molti sindaci facevano fatica a salire le scale di via Tagliamento, ora hanno riscoperto il senso di appartenenza, grazie anche ad una vittoria in città per nulla scontata con Paolo Foti», candidatura che la Lengua ha sostenuto fin dall'inizio. Ammette apertamente anche i suoi errori, compiuti per la scarsa conoscenza delle «liturgie di partito, che voi giornalisti conoscete sicuramente meglio di me. Non avendo avuto esperienze politiche precedenti, nasco e resto democratica». Il partito prima di tutto, questo il credo che l'ha guidata finora, senza «l'ossessione della candidatura. Ho rinunciato al Parlamento ma non ho rimpianti, anche mortificando i tanti amici della Valle Caudina che in questi anni mi hanno sostenuto».

La dichiarazione ad effetto arriva poco dopo, quando senza giri di parole individua il “movente” della sua non riconferma alla corsa per la segreteria: «Pago la mia non ricandidatura per consentire un rafforzamento della posizione del senatore De Luca. Sono stata leale fino al disumano, se la lealtà è una colpa allora sono colpevole». Ricostruisce il film del “delitto” compiuto: «Venerdì mattina alle 10 sono partita da Cervinara sapendo di essere la candidata dell'area Letta-Franceschini. Mentre venivo qui, sono stata raggiunta da una telefonata di De Luca dicendomi di non passare dalla segreteria, era in corso una riunione con l'on. Famiglietti e con Rosetta D'Amelio. Alle 13 mi hanno notificato la decisione di convergere sul presidente del partito De Blasio, senza darmi alcuna spiegazione. Proprio De Blasio, che aveva detto che non si sarebbe candidato».

Chi è il mandante? «I renziani, che si spacciano per “presunti nuovi”, avevano posto tre pregiudiziali, mai De Luca, Lengua e De Blasio. Chiedevano una discontinuità politica, De Blasio è stato presidente durante la mia segreteria, il partito di questi anni lo abbiamo fatto insieme. Se c'è una discontinuità spero lo capiscano i democratici, perché io sinceramente non l'ho capita. Mi dispiace - dice rammaricata - che il senatore si sia adeguato diventando “l'esecutore materiale”,  non so perché l'ha fatto, stanno adoperando pratiche e logiche patronali che non ci sono più, come mettere un veto sulle persone». E precisa: «Mi ha deluso un metodo più che delle persone, l'idea che tocca sempre guardarsi da chi ti è vicino. Da venerdì non mi ha telefonato nessuno né dei dirigenti né dei deputati, solo Foti l'ha fatto e molti altri sindaci».

Uno sguardo al futuro: «Non fermerò la mia attività politica, mi batterò per cambiare i costumi, per ridere umanità al partito, restituendo etica e solidarietà. Con la stessa libertà del 2009 continuerò a dare tanto al Pd da semplice militante». Arriva un lungo applauso.

A caldo, opposte le reazioni di esponenti come Lucio Fierro ed Enzo Venezia, intenti a beccarsi come al solito, prima e dopo il discorso della segretaria uscente. Per l'esponente bersaniano «nonostante non condivida ciò che ha detto, è stato un discorso di gran dignità, cosa che non tutti hanno più in questo partito», mentre per Venezia si è trattato di «un discorso legittimo, ma condito anche di qualche bugia». Un dirigente renziano, invece, lo definisce “il festival dell'ipocrisia”: «parla di solidarietà quando invece in questi anni l'ha negata sistematicamente ad un terzo del partito». La resa dei conti, dunque, è solo all'inizio.

 

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