AVELLINO – La vicenda politica locale è contrassegnata in questa fase da due eventi molto importanti per la comunità irpina: l’avvenuto insediamento del presidente della defunta ma resuscitata Provincia, Domenico Gambacorta (con conseguenti, prossime nomine della minigiunta e il primo confronto con l’assemblea dei sindaci, istituzione stupidamente mai valorizzata perché mai riconosciuta), e l’attesa per la decisione del sindaco di Avellino, Paolo Foti, circa il suo futuro. Rimane tutt’oggi il dubbio sulle sue intenzioni a proposito delle dimissioni da lui presentate dopo essere risultato perdente nello scontro proprio con Gambacorta per la presidenza del simulacro di Provincia che una presunta riforma firmata Delrio ha partorito.
Nel caso-Foti c’è tutto un ingarbugliato nodo che proprio lui è chiamato a dipanare: ritiro delle dimissioni entro venti giorni dalla presentazione (cosa che, dopo gli ultimi “chiarimenti” in casa Pd sarebbe sul procinto di fare), verifica dell’esistenza di una vera maggioranza in Piazza del popolo, varo di una nuova giunta (con tanto di spiegazione su chi entra e su chi esce), capacità di guida di alcuni processi – freno all’edilizia, nel caso di Avellino ricorso ad una variante che blocchi la speculazione sulle colline e lungo i tanti torrenti, con tanto di piano paesaggistico di tutela – soprattutto da parte di un redivivo e forte Partito democratico.
E qui sta il punto. Esiste davvero nella nostra provincia ed in Avellino un autorevole e fermo Partito democratico? Da via Tagliamento fanno sapere che i risultati elettorali, fino alle ultime Europee, non lasciano adito a dubbi sulla consistenza del primo partito in Irpinia. Solo che prima alcune elezioni amministrative – clamoroso il caso di Ariano Irpino – poi questa sorta di elezione indiretta che è stata la convocazione alle urne di sindaci e consiglieri comunali hanno dimostrato quanto meno che in via Tagliamento non c’è chi controlli davvero lo svolgersi dei rapporti tra i partiti e, soprattutto, manca una leadership autorevole capace di indirizzare la vita del partito (inutile illudersi, nei partiti si vive, si vince e si perde così).
Troppo giovani, addirittura giovanissimi, i protagonisti in via Tagliamento. Dove a dimostrare quanto sia anomala la convivenza tra ex Dc, ex Pci, ex Ds, qualche ex Psi, persino qualche ex di Rifondazione comunista c’è una gigantografia che chiude il fondo del salone delle riunioni del coordinamento provinciale. La gigantografia, lì sistemata nel 1972 con Tonino Argenziano segretario provinciale di quella Democrazia cristiana che aveva acquistato dieci anni prima quella sede (due appartamenti adattati alla bisogna), riproduce l’immagine di una Piazza Libertà gremita di folla durante uno storico comizio di Alcide De Gasperi in piena campagna elettorale del 1953, l’anno della battaglia dello statista trentino per un cambiamento della legge elettorale. Quella battaglia De Gasperi – che pagò anche lo scotto della riforma agraria – la perse, con le conseguenze che sono oggi sotto i nostri occhi.
Ma quella gigantografia ci offre il racconto di un’altra epoca, di un altro mondo e, soprattutto, di un solo partito che allora era nel pieno della sua gioventù. Come è possibile che gli eredi del Pci e delle altre forze politiche di sinistra non abbiano mai fatto passare l’idea – pure da qualcuno suggerita – di custodire, presso associazioni culturali differenti, tutto il patrimonio di foto, manifesti, giornali e documenti vari di ciascun partito e di rendere via Tagliamento la casa di tutti? Non sarebbe più semplice e onesto sostituire quel fondale del salone dell’ex sede Dc con una gigantografia riportante il popolo democratico durante una manifestazione di massa avellinese – ricordiamo per tutte il comizio di Veltroni nel teatro Gesualdo – con accanto l’ormai diffusissima sigla Pd?
Qualcuno dirà: ma cosa c’entra questa storia della gigantografia con i problemi di oggi del Partito democratico? Rispondiamo come il regista Ugo Gregoretti ai bambini di un Carosello di tanti anni fa, quando dopo aver visto i suoi corti sulla gente al lavoro, gli chiedevano immancabilmente: sì, ma cosa c’entra tutto questo con le lotte delle famiglie? E lui, in risposta, implacabile, guardandoli: c’entra, c’entra.
