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    15/08/2026

Di Nunno/Dignità e rispetto per gli altri nella sua lezione

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La squadra di Radio Irpinia nella “sfida” con Radio Alfa: da sx, Vittorio Cultrone, Peppino Impagliazzo, Francesco Matarazzo, Enzo Venezia, Beppe Storti, Carlo Silvestri, Gianni Porcelli, Gabriele Matarazzo, Antonio Di Nunno, Antonio Carrino. Accosciati: Nicolino Cecere, Nunzio Cignarella, Enzo Silvestri, Fiorenzo Carullo, Giuseppe Festa, Dario Ercolino.AVELLINO – Proponiamo una serie di interventi sulla figura e sull’opera di Antonio Di Nunno, il giornalista-sindaco scomparso il 3 gennaio scorso, tutti inseriti nel numero speciale del nostro giornale, L’IRPINIA, pubblicato qui a fianco in formato Pdf.

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Trentacinque anni dopo mi ritrovo davanti, ancora, un foglio bianco, e una tristezza grande. E chissà se anche adesso, come allora, Tonino starà aspettando, girando meccanicamente fra le mani la sottile Pelikanina nera, che l'articolo sia scritto. E stavolta, di certo, gli verrà in modo spontaneo di leggerlo, valutarlo, dirmi con la consueta onestà intellettuale cosa ne pensa. E correggerlo, sì correggerlo.

Ecco, il mio ricordo di Tonino, andando indietro nel tempo all'epoca di Radio Irpinia, quando da tuttofare della redazione mi piaceva osare con i testi del radiogiornale, sta in quei momenti trascorsi con lui che mi metteva alla prova, ed attendeva di verificare se potevo scrivere di tennis e poi di chissà cosa, nella "squadra" dei grandi. Lui era un'istituzione, della radio, e così Peppino, Tonino Carrino, Carlo, Nunzio, Gianni. Ma "l'esame" era con il baffuto Antonio Di Nunno, era lui che avrebbe detto l'ultima parola, quella decisiva.

Quella penna sottile, la Pelikanina nera, la vidi rigirare per anni, nella sua mano destra, e dalla durata sempre più breve dell'azione e dai giudizi successivi capii che, in fondo, avevo imparato a scrivere come Tonino desiderava o, almeno, sperava. Quasi sempre. Eppure mai mi sarei sottratto – anche nel pieno della professione, e mi è capitato nell'ultimo incontro con lui quindici giorni prima che morisse – al suo giudizio. Che era gradito, un test-verità al quale non avrei saputo e voluto rinunciare. Perché di quell'uomo e di quel giornalista, e di tutto il gruppo, avevo imparato a fidarmi, e ad apprezzare il valore educativo prima, e del confronto poi.

In mezzo, in mezzo ci sarebbero stati centinaia di episodi che mi avrebbero fatto conoscere meglio Antonio, che intanto era diventato una "colonna" del Tgr Campania: da quando mi accompagnava allo stadio Irpinia per le prime radiocronache di fortuna a quando avrei girato l'Italia, con lui e con Carlo, al seguito dell'Avellino in serie A. Avrei imparato a rispettare tutti i suoi riti sul calcio, mi sarei giovato di una guida competente in ogni città d'Italia, e da lui avrei appreso persino come la precisione maniacale ad un appuntamento, sì la precisione, è un valore da perseguire nel rispetto dell'altro. E un po' contagiato da Carlo, che così aveva trasmesso alle sue figlie, Antonio divenne anche per me, ma solo ogni tanto, "zio Tonino", l'uomo e il giornalista a cui far pronunciare una parola definitiva su un mio progetto, su un mio articolo.

E se raramente si arrabbiava, dovevo "tenermelo", come quando in un'attillata maglietta verde, con l'enorme numero "2", e in pantaloncini bianchi, proprio non riusciva a perdere contro i più giovani nelle partite di calcetto al fianco di Dario e Gianni, gli amici del gruppo che per primi hanno cominciato a giocare in campi celesti.

Un giorno della primavera '95, fresco sposo e di ritorno dall'America, me lo sarei ritrovato candidato a sindaco della città di Avellino, e non ci fu bisogno di chiedergli perché. Sapevo che per lui lo spirito di servizio, l'attenzione, la dignità, la competenza, l'onestà, li avrebbe trasfusi appieno nella città che amava e conosceva, e per la quale aveva un progetto grande di riqualificazione e sviluppo dopo gli scempi del sisma. Un'idea definitiva, tendente al bello, al moderno ed insieme alla tutela, e quando lo intervistavo – prima in tv, poi da giornalista de Il Mattino – pur mantenendo il distacco che egli stesso ci aveva insegnato, gioivo dentro di me, da avellinese, nel sentir parlare un amministratore di quella tempra, di quel coraggio, di quella onestà. Patrimonio per la città che abiteranno le mie figlie, pensavo.

Mai nessuno – nel pubblico vasto – sapeva quanto fosse antico, e forte, il nostro rapporto. E quanto fosse pulito. Perché avendomi insegnato come dovesse essere indenne, sempre e comunque, la capacità di critica, mai s'è intromesso per "orientare" il racconto dei fatti, e mai s'è lamentato quando in qualche articolo l'attività del Comune di Avellino era oggetto di una mia valutazione negativa. Ciò che veniva naturale ai cronisti, invece, era la descrizione della sua passione per la città e la cosa pubblica: coinvolgente, spumeggiante, moderna, anticonformista.

Le sue linee di comportamento nell'utilizzo della cosa pubblica erano il modello a cui guardare per chi voleva, e vuole ancora, cambiare la politica. Ecco perchè, a fronte di una personalità così forte, epperò così buona e decisa, nessuno ebbe il coraggio di insistere più di tanto quando Tonino lasciò, dopo non pochi problemi fisici e non poche vergognose azioni di delegittimazione politica, l'esperienza amministrativa della città di Avellino.

Negli anni della sua nuova condizione, fino a quelli della pensione, ha rappresentato sempre ed ancora, per generazioni di amici, cittadini, giornalisti e politici, un modello a cui guardare. Più era limitato nel fisico, più ci insegnava a tenere la testa alta. Dignità, tenacia, fierezza, capacità di ascolto, rispetto per l'altro, sono i valori che Anonio Di Nunno ci lascia.

Lo piangiamo oggi, così come per anni abbiamo gioito standogli al fianco. La retorica di comportamenti altri e valutazioni, che pure abbiamo colto quando sì è spento, le lasciamo a chi le ha poste in essere. Tonino, se non si fosse arrabbiato (come pure gli capitava), ne avrebbe riso sotto i baffi, e mutando la battuta del Principe della risata che spesso si disputava con Carlo, il fedele amico di sempre, si sarebbe limitato a dire: "Ma mi faccia il piacere...".

*Aldo Balestra, giornalista, responsabile Il Mattino di Caserta

 

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