AVELLINO - Per il gruppo consiliare del Pd al Comune di Avellino si apre una nuova fase, segnata dalle dimissioni del senatore Enzo De Luca e dall’elezione all’unanimità di Michele Iannicelli alla guida della delegazione.
L’abbandono, da parte del parlamentare democratico, del Consiglio ha sollevato nuove incertezze sugli equilibri futuri della compagine e sulla tenuta dell’amministrazione cittadina, venendo meno un freno alle continue polemiche e conflittualità interne. È pur vero, però, che l’azione mediatrice del senatore non è mai riuscita a sanare completamente le fratture, anzi addirittura negli ultimi tempi De Luca è persino apparso un inerme spettatore delle vicende consiliari. Proprio gli ultimi casi potrebbero averlo indotto alla decisione di lasciare, anche se la motivazione ufficiale resta quella degli impegni istituzionali nazionali. D’altra parte lo stesso senatore ha sostenuto che dirigenti ed amministratori democratici avrebbero dovuto assumersi maggiori responsabilità rispetto a quanto non abbiano dimostrato sinora di saper fare.
Si chiude così una sorta di fase commissariale del gruppo civico del Pd (iniziata con le dimissioni da capogruppo di Stefano La Verde), che inaspettatamente è riuscito a trovare un’intesa unitaria sul nome di Iannicelli. A favore dell’esponente democratico ha giocato la lunga esperienza amministrativa e politica, oltre alla continuità ideale con il predecessore ed anche il passo indietro compiuto da un altro possibile competitore, Leonida Gabrieli. Alla votazione del nuovo vertice della delegazione non hanno partecipato i bersaniani Francesco Todisco ed Ugo Loguercio, per protestare contro la presenza di Ettore Iacovacci e Michele Palladino, i due consiglieri comunali che hanno aderito alla fondazione politica di centro destra “Città nuove”, promossa da Renata Polverini, attuale presidente della giunta regionale del Lazio ed ex segretario generale dell’Ugl.
Sul caso è già intervenuto l’esecutivo provinciale, anche se l’atteggiamento di via Tagliamento è stato morbido: il segretario provinciale, Caterina Lengua, non è andato oltre una censura del comportamento di Iacovacci e Palladino, definito “politicamente inopportuno ed incoerente”. La componente bersaniana, però, chiede che il caso venga risolto in maniera chiara e definitiva, ma soprattutto in tempi rapidi e si è appellata agli organismi di garanzia regionali e nazionali.
La confusione, comunque, regna sovrana nel gruppo consiliare democratico ed in tutti i livelli organizzativi del partito. Ma questa non è affatto una novità. Il gruppo dirigente non è mai stato in grado di intervenire in maniera decisa, lasciando sempre ampi spazi di ambiguità. D’altra parte gli scontri coinvolgono anche alcuni esponenti di vertice del partito. A Piazza del Popolo vi sono state continue defezioni nel gruppo consiliare con rotture e ricuciture, diverse esperienze di delegazioni autonome e fronde trasversali.
La prospettiva non appare più rosea: resta da risolvere, oltre alla questione di Iacovacci e Palladino, anche il nodo della incompatibilità del consigliere Gabrieli, determinata dalla nomina del fratello Amedeo ad amministratore unico della società Acs. L’avvocatura comunale ha trasmesso il parere richiesto dal segretario generale dell’ente, per un approfondimento giuridico sul caso, affinché il dirigente possa pronunciarsi ufficialmente. Non ci sarebbero dubbi, secondo l’ufficio legale, sull’interpretazione della norma relativa ai servizi pubblici locali, che esclude la possibilità che a guidare il vertice di una municipalizzata possa esservi un parente di un amministratore pubblico. Anche se la vicenda non è ancora chiusa, l’epilogo appare piuttosto vicino.
Il sindaco dovrà revocare l’incarico al manager, a meno che non sia il consigliere Gabrieli a lasciare l’assemblea civica. Ma è soprattutto l’ipotesi di un voto anticipato a Palazzo di Città che potrebbe scatenare il tutti contro tutti. L’intenzione più volte annunciata dal sindaco Galasso di una sua candidatura alle prossime elezioni politiche, che dovrebbero tenersi nella primavera del 2013, aprirebbe nuovi imprevedibili scenari. Il sindaco si dimetterebbe, così come prevede l’attuale normativa, sei mesi prima delle elezioni, quindi, orientativamente ad ottobre. Ambizioni, veti e spaccature faranno il resto.




