PRATOLA SERRA - Per lungo tempo il processo di sviluppo industriale delle aree interne dell’Italia meridionale fu molto lento e faticoso. Ne è prova, tra l’altro, anche la penuria di stabilimenti ed opifici di dimensioni significative, che, tranne rare eccezioni, sono pressoché assenti nelle zone dell’Appennino meridionale. Tra i rari insediamenti irpini uno dei più rilevanti è certamente quello della Valle del Sabato. L’area, che tuttora conserva una spiccata vocazione industriale (basti considerare la Fma di Pratola Serra), ospitò fin dal Cinquecento manifatture artigianali che in alcuni casi assunsero le dimensioni di attività proto industriali. Fu il caso, ad esempio, della vetreria di Pratola (all’epoca piccolo casale di Serra), che raggiunse l’apice del suo sviluppo nel Seicento per poi conoscere un rapido declino nei decenni del secolo seguente. Nulla rimane, purtroppo, dell’edificio che l’ospitava, che, oramai adibito a civili abitazioni, fu demolito negli anni Ottanta.
Caratteristiche proto industriali ebbero anche la fabbrica di embrici (conosciuta come “ermecera”) ubicata sulla sponda del fiume Sabato nel territorio di Prata di Principato Ultra, i vari mulini idraulici ubicati su entrambe le sponde, e, infine, lo “stabilimento” di produzione del vino sito in prossimità dello scalo ferroviario di Prata-Pratola. Anche in questo caso l’usura del tempo e la mano dell’uomo hanno progressivamente cancellato (o quasi) ogni segno. Sono sopravvissuti, invece, due stabilimenti: il complesso del “Molino Giardino” di Tufo e l’elettrocartiera di Pratola Serra, veri e propri monumenti di archeologia industriale.
L’importanza dei due opifici è legata, innanzitutto, alle attività industriali che ivi si svolgevano. In entrambi i casi, infatti, a differenza di quanto si riscontra in tanti altri siti di “archeologia industriale” presenti in Italia meridionale (e soprattutto nelle aree interne), l’attività prevalente non è quella manifatturiera. Nel primo caso (“Molino Giardino”) lo stabilimento era direttamente funzionale (o, quantomeno, complementare) alle attività estrattive delle miniere di zolfo di Tufo. La costruzione del complesso edilizio, che si compone di vari fabbricati, fu avviata nel 1870, qualche anno dopo l’apertura delle miniere. Esso ospitava sia i locali dedicati alla molitura, sia quelli destinati agli uffici amministrativi ed alla vendita.
Costruito secondo i dettami della tecnologia più avanzata del tempo, era servito da uno scalo ferroviario della linea Avellino-Benevento, il cui tracciato fu deviato proprio per consentire il rapido trasferimento del minerale estratto. All’interno degli uffici si trovavano apprezzabili arredi lignei e un torricino era adibito ad un rudimentale osservatorio astronomico utilizzato dalla famiglia Di Marzo, proprietaria delle miniere. I capannoni, invece, ospitavano i più moderni macchinari (almeno per l’epoca) per la molitura dello zolfo, a partire dai mulini a motore diesel. Negli anni di maggiore fioritura dell’industria mineraria tufese il complesso “Molino Giardino” era il nucleo pulsante di una comunità nella comunità: il numero degli operai e dei tecnici ammontava a quasi ottocento unità, in molti casi (soprattutto con riferimento al personale qualificato) provenienti da altre regioni italiane. Era la rappresentazione visibile di un mondo (quello della miniera) che era nascosto ai più; ed era la rappresentazione visibile di un polo importante dell’industria estrattiva nell’intera Italia meridionale: la qualità dello zolfo tufese era superiore persino a quella dello zolfo siciliano.
Al lento declino dell’attività mineraria, cessata definitivamente nei primi anni Settanta del Novecento, corrispose quello del complesso “Molino Giardino”. Dopo una serie di traversie, alla fine degli anni Novanta fu acquistato da una “cordata” formata dai Comuni di Tufo, Torrioni, Petruro Irpino e Chianche, e dall’amministrazione provinciale di Avellino. Fu avviata, quindi, una complessa opera di ristrutturazione, che, però, riguarda solo la struttura, dal momento che negli anni di decadenza gli edifici furono depredati sia degli arredi che dei macchinari. Ciononostante, “Molino Giardino” resta un mirabile esempio di archeologia industriale. Esclusa, ovviamente, ogni prospettiva di utilizzo industriale, il complesso sarà verosimilmente adibito ad attività culturali, e, se ricostruiti gli allestimenti interni, potrebbe avere addirittura una destinazione museale. Peraltro, il restauro di “Molino Giardino” suggerisce anche il recupero delle miniere. Attualmente gli ingressi delle gallerie sono chiusi per evidenti motivi di sicurezza. Sarebbe, però, ipotizzabile la realizzazione di percorsi attrezzati, una volta messa in sicurezza l’intera miniera.
Forse ancor più di “Molino Giardino”, il recupero della miniera costituirebbe una formidabile occasione di arricchimento dell’offerta “turistico-culturale” che l’Irpinia potrebbe proporre ad un bacino di utenza estremamente variegato, che comprenderebbe sia le istituzioni culturali e formative, sia il turismo di qualità proveniente anche da ambiti extraregionali.
Ben diversi, invece, sono i destini e le prospettive di un altro esempio di archeologia industriale tuttora visibile nella Valle del Sabato: l’elettrocartiera di Pratola Serra. Risale agli anni Venti l’interessamento di un imprenditore toscano per l’acquisto di un mulino idraulico ubicato lungo il fiume. Negli anni successivi fu realizzato un complesso edilizio composto da un capannone e da un piccolo fabbricato adibito ad uffici. Nel 1938, infine, fu fondata la “Società elettrocartiera del Sabato”. La centrale idroelettrica sfruttava le acque del fiume che venivano incanalate in direzione delle turbine. L’energia prodotta garantiva la fornitura per l’intero paese. Nello stesso tempo nell’opificio veniva prodotta carta mediante la lavorazione della cellulosa. Nel periodo d’oro la fabbrica occupava alcune decine di maestranze, per lo più originarie di Pratola Serra e di Prata di Principato Ultra. La nazionalizzazione dell’energia elettrica e la fondazione dell’Enel nel 1962 segnarono la fine della “Società elettrocartiera del Sabato” e di tante altre società operanti nel settore. L’opificio fu definitivamente ceduto all’Enel nel 1965 e subito dopo cessarono le sue attività.
Da quando ne fu disposta la chiusura lo stabilimento versa in stato di crescente abbandono. Anche in questo caso ne sono stati depredati gli arredi ed i macchinari, ad eccezione delle vasche di decantazione in muratura. Sennonché, a differenza di quanto accaduto per il “Molino Giardino”, l’elettrocartiera ha subito anche danni strutturali. Persino una parte degli embrici che ricoprivano il tetto del capannone è stata asportata. I rovi ricoprono una buona parte della facciata laterale dell’edificio, che, tuttavia, potrebbe essere ancora recuperato se sottoposto ad un intervento radicale di restauro. Negli ultimi anni sono stati elaborati anche progetti di ristrutturazione finalizzati alla realizzazione di un museo e di laboratori destinati a scopi formativi ed educativi. Purtroppo, però, nel caso dell’elettrocartiera le prospettive di rinascita sono inevitabilmente condizionate alle scelte del Gruppo Enel, che tuttora è proprietario del complesso edilizio e del sito su cui esso insiste. Sarebbe auspicabile, quindi, che le istituzioni locali (magari con il supporto di investitori privati) avviassero un dialogo con l’Enel diretto ad acquisire la disponibilità dell’opificio.
Una volta definitivamente recuperati, i due complessi industriali, entrambi ubicati in prossimità del Sabato, potrebbero costituire il fiore all’occhiello di un parco fluviale, che conterebbe anche sulla presenza nella stessa area di altri siti archeologici, a partire dalla Basilica dell’Annunziata e dall’acquedotto sannitico di Prata di Principato Ultra. Ma la realizzazione del parco, seppure proposta da più parti (e persino da alcune istituzioni locali) resta ancora ferma al palo. Il fatto è che per questo, come per tanti altri progetti di sviluppo economico e socio-culturale, ancor prima delle risorse finanziarie sarebbe necessario instaurare una comunità d’intenti e di impegno tra le istituzioni, che, però, allo stato sembrano considerare prioritarie altre scelte ed altre prospettive.




