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    27/05/2026

Il racconto della memoria nei dipinti di Faustino De Fabrizio

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La panettiera di Pratola SerraPRATOLA SERRA – Il 15 ottobre di quest’anno è ricorso il centenario della nascita di Faustino De Fabrizio, un maestro irpino dell’arte pittorica del Novecento. La notizia, come avevo previsto con un mese d’anticipo (ed avvertito nell’articolo del 19 settembre pubblicato su L’Irpinia on line), è passata quasi inosservata anche da parte della stampa. Per questa ragione, pur se  dell’artista già ho scritto in altre occasioni, mi corre il dovere di far conoscere il profilo dell’artista e mi preme qui ora rinverdirne il ricordo.

Faustino De Fabrizio nacque a Pratola Serra. Morì nel 2005. Si diplomò all’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove conseguì, come migliore allievo, il premio “F. Palazzi”. Presente dal 1936 in numerose manifestazioni artistiche (Bagnoli Irpino, Avellino, Benevento, Castellammare, Napoli, Foggia, Ancona, Bologna, etc.); partecipò alla “Mostra Italia-Germania” a Vienna nel 1939, alla Quadriennale europea a Roma nel 1966 e, nel 1965-67, alla Biennale delle Regioni. Nel 1968 e nel 1970 conseguì il lauro d’oro e il diploma d’onore  a  Deaborn Usa-Free World Academy. Membro per meriti artistici di diverse Accademie italiane e straniere, figura in“Artisti Contemporanei” ”(Edizioni delle arti, Roma, 1947),“Artisti Moderni”( Ed. Edi, Roma, 1964), “Arte Italiana per il mondo” (Ed. Sei,Torino, 1970), etc. Recentemente le sue opere sono state esposte ad Avellino e Benevento. Nel 2014 s’è svolta una mostra personale del pittore al Foyer del Teatro Gesualdo di Avellino. Una monografia dell’artista fu curata, nel 1972, da Carlo Emanuele Bugatti (Ed. Bugatti, Ancona) e fa parte della Collana “La vita e l’opera dei maestri contemporanei”. Un’altra monografia è stata curata da Alberto Iandolo che recentemente s’è impegnato con passione alla valorizzazione del pittore.

C’è un ritrattino (carboncino su carta) eseguito da Faustino De Fabrizio nel 1940 che mi si è particolarmente impresso nella memoria: è un volto di fanciulla di paese (la  “Panettiera di Pratola Serra), una di quelle fanciulle che non esistono più. Le opere del pittore pratese “sono documenti etnografici prima ancora che opere d’arte”, osserva giustamente osserva lo storico dell’arte Alberto Iandolo che alla riscoperta dell’artista s’è dedicato con passione. Quel volto di donna farebbe invidia al pur insuperabile Annigoni. L’occhio è vivo e  sorridente nella fissità del pensiero,  e dolce e delicato il sorriso che sfiora le labbra in una semplice sottolineatura di nero nel tratto preciso e tagliante del disegno (come di un bisturi).

I dipinti di Faustino De Fabrizio sono “racconti” di storie intime, accorate, delicate, intensamente vissute e poeticamente raccolte. “Le ragazze di Pratola Serra” e le “Cucitrici”, per esempio, sono ritratti dal vero, realizzati con profonda capacità di introspezione psicologica, sui quali si è depositata la patina preziosa  del tempo, e della storia. Il pittore narra  grandi passioni e piccoli destini che scorrono nel ritmo lento di  una vita apparentemente tranquilla di paese. E lo fa con la stessa semplicità e schiettezza di quell’umile gente che ritrae. Che peccato che certe atmosfere di intimismo lirico, dalla pittura evocate, a scriverle, divengono retorica. Eppure si tratta di sentimenti veri, di storie vere, di emozioni ed affettività autentiche. Così veri sono anche il volto pallido e l’espressione dolente dei neri occhioni ravvivati da punte di luce nella pupilla della “Giovane convalescente”.

A niente vale a riaccendere il sorriso il colore rosso vivo della veste. E  l’abbandono della mano che pende dal bracciolo della sedia è privo di forza, inerte. Come si può pensare insieme a liberare il sentimento e il giudizio su quel  mondo  vissuto prima ancora di essere narrato in cui l’individuo, il pittore, isolato da tutto, era rimasto solo con i miti e i deserti della sua stessa solitudine? Nella risonanza interiore di quegli affetti e di quei sentimenti De Fabrizio soleva ritrovare se stesso.

Se l’essenza dell’arte è indissolubilmente legata al temperamento dell’artista, che in questo caso è mite, dolce, curioso, profondamente umano, vibrante di emozioni, allora, relativamente al tempo, ogni artista è moderno. E può ben dirsi che anche Faustino De Fabrizio è artista moderno. E se si è portati a porre l’accento sull’isolamento di De Fabrizio, essendo stato, come uomo e come artista, un isolato, fortunatamente egli lo è meno oggi, perché il pubblico, la critica e  i collezionisti hanno recentemente cominciato a capirlo. L’augurio è che gli esca definitivamente ormai dall’ombra. Oggi come non mai, tra tanta confusione e smarrimento generale dei valori, occorre tentare e ritentare il filo del racconto perduto, il giro dei ricordi degli affetti degli uomini e delle cose. L’arte, si sa, è testimone della memoria e del tempo.

 

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