BONAZZI/L’odissea del ragazzo di Atripalda

Sabato 21 Novembre 2015 11:58 Paolo Speranza
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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura3_bonazzi.jpgAVELLINO – "Sono nato ad Atripalda il 28 febbraio 1929. A 14 anni, durante il bombardamento ad Avellino dell’11 settembre 1943, una scheggia mi entrò nel palato e fuoriuscì dal lato parietale destro con perdita di materia cerebrale. Questo incidente alterò il mio carattere e rese difficile il mio inserimento sociale: divenni un irrequieto. Per questa mia irrequietezza il Tribunale di Napoli mi fece internare nel riformatorio, il cosiddetto ‘Serraglio’ di Piazza Carlo III": l'adolescenza difficile di Alfredo Bonazzi raccontata in prima persona dal poeta originario di Atripalda che si è spento qualche settimana fa dopo una lunga malattia, nell'incipit di un’intervista a “La Voce della Campania”, dal titolo Squalificati a vita, pubblicata nel numero del 16 luglio 1975 dal giornalista Marino Marquardt. Un documento fondamentale, sebbene dai più dimenticato, per la ricostruzione dell’esperienza umana e poetica dello scrittore di Atripalda, che negli anni ’70, con la sua storia e soprattutto con l’intensità dei suoi versi, si impose all’attenzione dell’editoria e del mondo letterario in Italia.

“Abbiamo incontrato – scrive Marquardt – Alfredo Bonazzi, l’autore di Ergastolo azzurro e de L’infanzia di Caino, sulle terrazze del Centro Marechiaro, ove era stato invitato per presentare il suo ultimo libro Squalificati a vita. L’intervista che ci hai rilasciato si commenta da sola: è una drammatica testimonianza e un atto di accusa contro i sistemi adottati nei penitenziari e nei manicomi criminali”.

Bonazzi era uscito dal carcere nel ‘73: il capo dello Stato, Giovanni Leone, gli aveva concesso la grazia “per meriti letterari”, accogliendo la domanda presentata da Sandro Pertini (che cinque anni dopo gli sarebbe subentrato al Quirinale), dopo 13 anni di reclusione. Avrebbe dovuto scontarne più di trenta, per un omicidio commesso a Milano, che Bonazzi rievoca nell’intervista al quindicinale di Napoli, pubblicato integralmente in una sezione di "Vallea", il nuovo Annale di storia letteraria irpina edito da Mephite che sarà in libreria dal 23 novembre, e in parte anticipato nel saggio pubblicato sul sito giornalistico nazionale lavocedellevoci.it.

Comincia così l’odissea del “ragazzo di Atripalda” nei penitenziari italiani: un’esperienza dolorosa, che lo spinge a un passo da una strada senza ritorno. In Ergastolo Azzurro, una delle sue liriche più celebri, Bonazzi rivive lo stato d’animo dell’impatto con il carcere e con la prospettiva della detenzione a vita. In questi anni terribili, sono la perdita della libertà e il rimorso a segnarlo, ma è soprattutto il trattamento che viene riservato a lui e agli altri ergastolani a rivelargli una condizione di assoluta disumanità.

Solo la fede e lo studio – e, quindi, la poesia – gli permetteranno di ritrovare, faticosamente, una prospettiva di vita. Fra le letture più importanti e formative, i versi ed i romanzi di Thomas Hardy e Cesare Pavese, che Bonazzi rievoca in una delle sue poesie migliori, Il frantoio delle ore, in cui esprime uno stile limpido e raffinato e rivela tutta la carica di sensibilità che alberga nel cuore di un uomo, come si definirà più avanti, “squalificato a vita” dalla società in cui vive. Di straordinaria delicatezza, nella seconda strofa, i versi dedicati alla prematura scomparsa di Pavese, particolarmente caro al “ragazzo di Atripalda” per alcune esperienze (la condizione di confinato al tempo del fascismo) e stati d’animo – il disagio esistenziale spinto alle estreme conseguenze, la sete d’amore inappagata – che Bonazzi vive e sente fin dentro ai più remoti meandri dell’anima.

La lettura e lo studio hanno il potere di consentire anche a lui, reietto della società, di superare – almeno per qualche ora, ogni giorno – i limiti invalicabili di tempo e di spazio e, per dirla con Machiavelli, di “indossare gli abiti curiali”.  Un autodidatta che scopre nei libri la strada per elevarsi oltre uno status di annullamento di sé, e nella poesia uno strumento di liberazione dai dèmoni del passato, che per più di un decennio non l’hanno mai abbandonato, come scrive in Anniversario (2 aprile 1960 – 2 aprile 1970). Miracolo è un termine-chiave nella seconda fase della sua vita, caratterizzata da un percorso di fede, evidenziato sin dal ’77 nei fondamentali studi sulla figura e la poesia di Bonazzi condotti da Raffaele La Sala, tra l’altro conterraneo del “ragazzo di Atripalda”, che intervistò in quello stesso anno sul Corriere dell’Irpinia. Nell’animo di Bonazzi, come di tanti detenuti italiani, erano rimaste impresse la visita e le parole di papa Giovanni XXIII nella sua storica visita a Regina Coeli. E che dalle sue poesie trapelasse un sincero anelito di fede lo aveva intuito anche il critico letterario de L’Osservatore Romano, nel recensire le prime raccolte poetiche: “Bonazzi è tornato a sentirsi uomo, nell’attesa di tornare uomo tra gli uomini. La via della pacificazione e della redenzione se l’è aperta lui stesso con la pentita e contrita autocondanna del male compiuto: oggi la speranza è l’unica compagna di questi anni che la rende meno amari e tormentosi; domani la libertà ridonerà un uomo che nel travaglio interiore ha trovato il suo perfezionamento spirituale, morale e civile”.

A segnare una svolta positiva nel percorso esistenziale di Bonazzi, nel frattempo, come si diceva, era stato il successo letterario, giunto in maniera casuale e poi consolidatosi nei primi anni ’70, quando il “poeta-ergastolano”, come venne in un primo momento ribattezzato, fu al centro di un vero e proprio “caso” nel mondo culturale italiano, guadagnandosi recensioni lusinghieri da critici autorevoli come Andrea Zanzotto, Diego Valeri e il regista Vittorio De Seta, fra gli altri, e una serie di riconoscimenti, da lui stesso evidenziati nella citata intervista del '75: "Mi sono classificato secondo ad un premio ‘Viareggio’, ho vinto il ‘Cardarelli’ davanti a Montale e Bertolucci, il ‘Città di Sorrento’, il ‘Santa Caterina’ a Napoli, il ‘Bagnango Terme’, il ‘Città di Campobasso’, il premio internazionale dedicato a Martin Luther King e tanti altri minori".

Da quel momento, per colui che era diventato con le sue poesie uno dei detenuti più famosi d’Italia, la libertà non sarà più il sogno proibito di tante notti in prigione, l’amara beffa quotidiana di una vita sbagliata, che lo tormentava nella poesia Libertà.

Lo studio, la poesia, il successo letterario, gli attestati di stima, la grazia: il percorso di rinascita e di redenzione di Bonazzi si articola lungo una serie di faticose tappe in salita, che riesce a superare con l’apporto di una solidarietà sincera e diffusa, ma prima ancora ha origine da una coraggiosa e convinta presa di coscienza individuale, che scaturisce dal profondo dell’io e dai valori che riemergevano da un’infanzia lontana, negli anni di Atripalda. Quella terra natale e quell’infanzia segnata dalla malattia ma moralmente limpida, in una famiglia e in un ambiente che ricorda con immenso rimpianto, rivivono in Madonna del Sud, commovente tributo alla figura della madre e alla terra da cui troppo presto si è allontanato, perdendosi.

Con la fede e la religiosità, Alfredo Bonazzi trova anche una nuova risorsa di umanità: l’impegno civile in favore di chi ha condiviso la sua drammatica sorte. Il clima culturale dell’epoca, con la migliore intellighenzia italiana protesa alla scoperta e alla valorizzazione del ‘nuovo’, delle culture ‘altre’, dei deboli e degli emarginati, favorisce non solo l’attenzione verso l’opera del “poeta-ergastolano” ma anche, da parte di quest’ultimo, una chiara presa di coscienza politica su una condizione collettiva. Solo per pochi, come Alfredo Bonazzi, si realizza l’Ultimo sogno, che dà il titolo a una delle sue poesie più brevi e profonde, di delicata potenza simbolica e visiva, con dedica “A un compagno ammalato”:

Si spalanca il cancello

all’ondata di luce

del delirio di febbre:

attendere la morte

con il sapore acerbo di una mela

addentata all’alba in giardino,

ancora tutta fresca di rugiada.