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    27/05/2026

Un libro per raccontare la storia di Vito Nardiello, il Giuliano d’Irpinia

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura3_loc_nardiello.jpgAVELLINO – Saranno il professor Francesco Barra, ordinario di storia moderna presso l’università degli studi di Salerno, ed i giornalisti Gianni Festa e Salvatore Biazzo a presentare lunedì prossimo, alle ore 17.00, presso il circolo della stampa di Corso Vittorio Emanuele, il libro di Giuseppe Alessandri Latitante a domicilio. La storia di Vito Nardiello, il lupo d’Irpinia, edito da Terebinto.

Il libro di Alessandri, che interverrà alla presentazione del volume - di cui proponiamo alcuni passi della prefazione - ricostruisce, attraverso un circostanziato e meticoloso lavoro di ricerca, la vicenda criminale del lupo del Malepasso o del Giuliano d’Irpinia, alias Vito Nardiello, che era di Volturara Irpina, il centro posto ai margini della Valle del Dragone.

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Quanto lavoro ha dato alla giustizia italiana Vito Nardiello! Per le cronache fu il più feroce dell’infinita schiera di banditi che popolarono la scena criminale italiana nel tragico e sofferto secondo dopoguerra. Ma nella concreta realtà in cui visse agli occhi della gente egli rappresentò assai di più: una maledizione, un personaggio, una leggenda.

Dopo una giovinezza che lo aveva già visto manifestare una natura violenta nonché una certa tendenza delinquenziale, Nardiello trovò la propria vera dimensione nel corso del conflitto bellico, finendo in Jugoslavia, divenendovi uno dei capi dell’esercito di Tito e sterminando centinaia di connazionali nelle foibe. Per lui la vita altrui valeva davvero poco: numeri con cui aggiornare sopra un gagliardetto-registro il numero delle sue vittime; quasi ad imitazione di quei pistoleri del West che incidevano sul calcio della pistola tante tacche quanti morti avevano fatto.

Al ritorno a casa, ventiduenne, egli non seppe reintegrarsi in quelle mansioni rurali tipiche della sua terra, l’Irpinia, che pure aveva svolto da ragazzo, né giocare a imitazione dei fratelli la carta dell’emigrazione. Com’è noto, il quadro generale del Paese era all’epoca caratterizzato – oltre che dalle devastazioni della guerra – dalla miseria e dall’illegalità, cui nel Meridione avevano dato enorme impulso gli stessi Alleati vincitori: in Sicilia, stringendo un patto di ferro con “Cosa nostra”; in Campania favorendo, mediante l’introduzione delle Am-lire e la conseguente svalutazione della moneta italiana, i traffici della camorra al mercato nero. Conseguenza di una simile situazione furono da una parte il disfacimento dei valori morali, dall’altra il venir meno dei basilari strumenti di giustizia a tutela della società.

Fu in tale disastrato contesto che Vito decise di formare una banda criminale, composta perlopiù da avanzi di galera del suo paese, Volturara, e finalizzata alle rapine stradali messe in atto mediante ostruzioni della via: se alla vista dell’ostacolo l’automezzo si fermava, bene; se invece provava a scavalcarlo o a tornare indietro, allora dai banditi appostati tutt’attorno piovevano schioppettate e mitragliate. Dopo esserci andati vicini diverse volte, venne il giorno che ci scappò il morto: probabilmente non per una raffica partita dal mitra di Nardiello.

[…] Finalmente catturato assieme ai complici grazie alle indagini di un eccezionale maresciallo dei carabinieri appositamente inviato da Napoli, quello che sinora era stato soltanto il più brutale dei massacratori appose un primo tassello alla costruzione del proprio mito evadendo dal carcere. Tornatosene al paese, riprese la relazione con una giovane del luogo, presso la quale soleva trascorrere le notti: perché il signorino non si faceva mancare nulla.

E fu proprio in occasione di un controllo dei carabinieri a casa della donna che il bandito uccise anche uno dei militari; per poi proseguire indisturbato la propria incredibile latitanza, protrattasi per ben dodici anni trascorsi perlopiù in inverno a casa sua o al limite in compiacenti dimore del paese, nell’estate nei boschi circostanti, mettendo al mondo con l’amante quattro figlioli e potendo da un certo momento in poi persino lavorare più o meno regolarmente grazie a una carta d’identità falsa.

Fu così che nell’immaginario collettivo si compì la leggenda di Vito Nardiello, inafferrabile primula rossa che si faceva beffa dello Stato e della giustizia, le cui gesta animavano le cronache dei giornali come le ballate dei cantastorie offrendo materia per gli stessi racconti della gente nelle veglie invernali davanti al camino.

 

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