Classe dirigente e politica agraria, la lezione di Dorso e Rossi-Doria

Lunedì 18 Febbraio 2013 18:03 Gilberto-Antonio Marselli
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Nelle foto: Guido Dorso, Manlio Rossi-Doria, Carlo Muscetta. La rivoluzione meridionale e i giornaliPer gli individui, così come per le società, non può esservi alcun futuro se non si ha la saggezza di saper vivere il presente nel convinto ricordo del passato. Ma ciò non basta: il ricordo, fine a sé stesso, è sterile. Perché possa dare i frutti sperati è necessario che si trasformi in memoria attiva, imperativa, tale da essere in grado di influenzare attivamente i comportamenti dei singoli e, quindi, quelli dell’intera società.

A proposito di quest’ultima, troppo spesso, oggi, si ricorre ad ipotizzare una continua contrapposizione tra una società civile ed una società politica ignorando che, purtroppo, assai spesso la prima si comporta in modo incivile e la seconda dimostra di non aver alcun senso politico. Più opportunamente, invece, si deve parlare, nel primo caso, di una società dei cittadini e, nel secondo, di una società delle istituzioni con l’obiettivo che l’una e l’altra possano realmente interagire tra loro perché si attenui sempre più quella distanza tra individui e Stato che, purtroppo, è in gran parte fonte dei cronici  problemi italiani e, più specificatamente, di quelli meridionali. Ancor più oggi, nelle nostre attuali non felici condizioni, sarebbe opportuno far sì che i ricordi si concretizzino in una vera e propria memoria, tale da influenzare con assoluta determinatezza e convinzione i nostri comportamenti concreti

E, tra i tanti ricordi un posto di indubbio rilievo non può non essere dedicato ad un’interessante iniziativa del Centro permanente per i problemi del Mezzogiorno, presa dai meridionalisti del Partito d’Azione ancor prima che tutto il territorio nazionale fosse liberato (Bari, dicembre 1944). Si tratta di quel convegno di studi in cui furono presentate due sole relazioni che, secondo la moda oggi invalsa, potrebbero ancora diventare agenda concettuale ed operativa da affidare alla responsabilità politica e morale di chiunque intenda assumersi responsabilità di governo a tutti i livelli.

Non a caso, quelle relazioni furono affidate a due persone che, nella loro vita, sono state indissolubilmente legate all’Irpinia: Guido Dorso (“La classe dirigente meridionale”) per nascita, e Manlio Rossi-Doria (“Struttura e problemi dell’agricoltura meridionale”) senatore per l’Alta Irpinia negli anni ’70.

Il primo, auspicando la presenza dei famosi cento uomini di acciaio pose in evidenza l’urgente necessità di provvedere alla formazione e selezione di persone responsabili ed adeguatamente preparate, in grado di affrontare responsabilmente i non facili problemi sempre presenti nella realtà italiana e, purtroppo, ancor più frenanti nel Mezzogiorno. Precedendo - di un decennio quasi - la ricerca di Edward G. Banfield (uno studioso americano che si era appoggiato al gruppo di ricerca costituitosi attorno al Prof. Rossi-Doria presso la Facoltà di Agraria di Portici) e pur differenziandosi da esso per metodo e per conclusioni, Dorso rilevò il grave ostacolo ad una reale modernizzazione del nostro Paese e, più in particolare, ad una definitiva soluzione dell’annosa questione meridionale rappresentato da ciò che Banfield definì come familismo amorale e che, per Dorso, consisteva soprattutto nel devastante clientelismo, sempre più diffuso ai vari livelli di responsabilità.

E, in seguito, gli fu fin troppo facile e logico collegare ai problemi della classe dirigente anche quelli della più ristretta classe politica: da ciò il suo saggio Classe politica e classe dirigente che fu raccolto da Carlo Muscetta nel volume Dittatura, classe politica e classe dirigente (Einaudi 1949), che, alla luce delle recenti incresciose esperienze del nostro Paese, dovrebbe anche metterci in guardia dalla personalizzazione dei partiti in un leader, troppo facilmente indotto a far leva su motivazioni non esattamente solo politiche.

A sua volta, Rossi-Doria individuò nel problema agrario il punto risolutivo da affrontare prioritariamente per, poi, poter considerare anche tutti gli altri. Non già un’acritica difesa dell’agricoltura o, peggio, una retorica difesa della pur esistente e valida civiltà contadina, quanto, invece, la necessità di liberare l’agricoltura dalle persistenze feudali che l’avevano oppressa (interventi di riforma fondiaria e di bonifica agraria) sì da agevolare il riscatto delle classi contadine perché fosse resa possibile una loro piena partecipazione anche allo sviluppo degli altri settori produttivi e, non ultimo, una continua cura per la tutela idro-geologica e paesaggistica del territorio. Di tutto ciò si fece interprete in varie sedi: prima, ai tempi dell’applicazione delle leggi di riforma agraria agli inizî degli anni ’50 e, poi, nella redazione del Piano di coordinamento per lo sviluppo territoriale della Campania (in cui, individuando le diversità esistenti tra osso e polpa così come tra zone costiere e zone interne, indicò concretamente quali sarebbero dovuto essere le politiche da adottarsi per l’Irpinia) e, negli anni 70, al Senato come presidente della commissione Agricoltura fino ai suoi contributi in occasione degli interventi seguiti al terremoto del 1980.

Due esempi, questi, di un approccio concreto, profondamente radicato nella consapevole ed approfondita conoscenza della realtà che si intende trasformare perché, memore del proprio passato, sappia responsabilmente preparare, nel presente, gli strumenti e gli operatori che dovranno realizzare, poi, gli inevitabili obiettivi del futuro. Senza una consapevole memoria di ciò, non potrà esservi alcuna speranza.