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    25/04/2026

Il libro di Meriggi/La Carboneria nella storia del Mezzogiorno

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura5_carbonari_meriggi.jpgAVELLINO – Nell’ultimo quindicennio si è assistito alla nascita di una nuova storiografia nazionale sul processo risorgimentale italiano che ha prodotto i suoi risultati più interessanti nel Mezzogiorno. All’interno di questo filone di ricerca – che ha riportato in luce alcuni temi da tempo non più affrontati dalla ricerca storiografica, come la lotta del brigantaggio, le rivoluzioni costituzionali, la diffusione degli ideali democratici tra le masse meridionali – mancava uno studio approfondito su quella che è stata una delle protagonisti del processo di politicizzazione del Mezzogiorno preunitario, ovvero la Carboneria.

Un vuoto che è stato colmato dall’ultimo lavoro di Marco Meriggi, Carbonari del Sud. Settarismo, stato e società nel Mezzogiorno preunitario, presentato quest’oggi presso la sezione risorgimentale del Museo Irpino. Un libro che, ha spiegato l’autore, nasceva da alcune domande alle quali la vecchia storiografia non era riuscita a dare risposta: come è possibile che nel Mezzogiorno – arretrato, analfabeta, territorio complicatissimo dal punto di vista infrastrutturale – si trova una formazione politica quale la Carboneria? Cosa c’entra questa Carboneria con l’immagine del Mezzogiorno quale palla al piede dello sviluppo italiano?

Il volume di Meriggi, professore di storia delle Istituzioni politiche presso l’Università di Napoli “Federico II”, va ad illustrare la vicenda storica della Carboneria nel periodo che va dalle sue origini, ancora ad oggi sconosciute, ma grosso modo collocabili cronologicamente nel periodo francese, fino all’esito della rivoluzione costituzionale del 1820. Attraverso l’uso di fonti documentali, ma anche grazie al costante dialogo con la letteratura – il libro, non a caso, si apre con la rappresentazione narrativa della Carboneria data dal giovane Giovanni Verga – e con le altre scienze umane – in particolare l’analisi delle scienze socio-antropologiche – emerge il quadro di una Carboneria che agisce non tanto come società segreta quanto come una vera istituzione: la setta, infatti, garantiva quella struttura istituzionale che lo stato borbonico non riusciva ad offrire nel suo tentativo di modernizzazione post-feudale.

In quel contesto di modernizzazione del mondo, infatti, la presenza dello Stato, che si sostituisce al caos della giurisdizione feudale, garantisce ai membri della società civile di proporsi come soggetto di governo: «Affiliarsi a una società segreta – scrive Meriggi – significò non tanto porsi in una posizione di contrapposizione frontale rispetto allo Stato quanto, soprattutto, garantirsi uno strumento di autodifesa e di protezione rispetto alla violenza che stava dilagando incontrollata nel tessuto sociale».

Emerge, quindi, l’immagine di una Carboneria protagonista del processo di politicizzazione delle masse del Mezzogiorno, uno «Stato nello Stato», composto da diversi gruppi sociali: medici, notai, professionisti, artigiani, commercianti, ovvero spezzoni di piccola e media borghesia insieme ad elementi di una borghesia terriera desiderosa di sostituirsi al mondo dei baroni nella costruzione del mondo post-feudale.

La costante presenza della Carboneria nei gangli dell’amministrazione statale, la sua capillare diffusione, il seguito che ricevé dai più diversi strati sociali, insomma la sua istituzionalizzazione, garantirono il successo della rivoluzione del 1820: in pochi giorni – trascorse una settimana dal pronunciamento militare di Morelli e Silvati alla loro entrata trionfale a Napoli alla guida dell’esercito costituzionale – l’esercito borbonico capitolò e il sovrano fu costretto a giurare sulla Costituzione.

Il successo del processo costituzionale diede voce alla periferia del Regno: i carbonari di provincia immaginarono un mondo e uno Stato costruito in maniera completamente diverso da quello realizzato nel Mezzogiorno post-napoleonico, basato su una struttura federale e, in certa misura, autonomista, rispetto al modello accentrato della monarchia amministrativa francese e borbonica. La sconfitta della rivoluzione contribuì, invece, alla vittoria del centro sulla periferia lasciando, tuttavia, aperta una frattura che avrebbe segnato, nei decenni successivi, la storia del Mezzogiorno italiano.

Oltre all’autore sono intervenuti alla presentazione il prof. Mariano Nigro, direttore del comitato di Avellino, il prof. Claudio Spagnuolo, membro del consiglio direttivo del comitato, e la professoressa Viviana Mellone, docente presso l’Università di Napoli L’Orientale.

 

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