Nel 1843 il circondario di Orsara contava 9056 abitanti, di cui 4472 a Orsara, capoluogo, 2900 a Greci e 1684 a Montaguto. Cinque anni dopo nel 1848 i cittadini di Orsara a gennaio salirono a 4587 e a 4589 nel dicembre (+117), a Greci salirono a 3075 nel gennaio e a 3154 nel dicembre (+254), a Montaguto salirono a 1748 nel gennaio e a 1764 nel dicembre (+80). Nei paesi del distretto di Bovino su una popolazione nel 1848 di 73708 abitanti gli attendibili politici, sottoposti a sorveglianza di polizia, erano 283. Il maggior numero era fornito dal circondario di Orsara. Gli attendibili erano 74 (43 a Greci, 23 a Orsara, 8 a Montaguto). A Greci la maggior parte degli attendibili apparteneva al basso popolo: dieci bracciali, sei contadini, un vaticale, un calzolaio. Diciassette i proprietari, due i medici, due i sacerdoti, 3 i carlantini e un macellaio. A Montaguto appartenevano solo al ceto dei galantuomini: tre proprietari, un medico, un farmacista, tre sacerdoti. Più varia la composizione a Orsara: due contadini, tre calzolai, un falegname, due sarti, un maccaronaro, un negoziante, tre sacerdoti, un farmacista, un legale e sette proprietari.
Nel mese di agosto del 1844 Gaetano Zullo, che aveva svolto il servizio militare a Napoli, nel ritornare ad Orsara apprendeva che i contadini orsaresi si battevano per ottenere le terre ritenute usurpate dal duca di Bovino per i boschi di Magliano e Torre Guevara, e di una parte della difesa di Crepacore, ove era in atto un giudizio tra il Comune a la famiglia Maresca. Gaetano Zullo sparse la voce di essere informato che molti altri Comuni del Regno avevano soddisfatto le loro richieste sulla divisione delle terre e si offrì, per le conoscenze che millantava a Napoli, che avrebbe recapitato una petizione al re per il bene degli orsaresi. Ottenuto il mandato, si recò a Napoli e al ritorno spacciò la notizia che la supplica era stata consegnata al re ed accolta favorevolmente ed era stato interessato l’Intendente. Il 30 settembre insieme a Nicola Perrone, Lorenzo Morsuillo, Antonio Fatibene, Lorenzo Caccese, Fedele Gianquitto, Crescenzo Aquilino, Giuseppe Sammarco, Lorenzo Majellaro, Luca e Michele Mastronicola si recò a Foggia dall’intendente, che non li ricevette, per conoscere i risultati del reclamo. Dopo alcuni mesi, il 3 gennaio 1845 con il Perrone, Morsuillo e Fatibene si portò a Bovino dal sottintendente presentando una nuova istanza e chiedendo le carte di viaggio per un centinaio di orsaresi, che si sarebbero recati a Napoli a supplicare il re. Il permesso fu negato e al ritorno in Orsara, nella stessa sera, vi fu una riunione di una cinquantina di persone nell’abitazione di Antonio Fatibene. Fu presa la decisione che all’alba del giorno 6 sarebbero partiti per Napoli. Al suono della campana della Chiesa della Santissima Vergine delle Nevi più di cento orsaresi si misero in viaggio per Napoli senza le carte di passaggio. Secondo il rapporto del giudice regio di Orsara, De Nunzio, inviato all’intendente, gli orsaresi “erano guidati da un sacerdote del Comune della Terra delle Nocelle in provincia di Principato Ultra, sotto pretesto di andare ad un santuario. E per dare maggiore colore a questo ritrovato camminavano a due a due, a piedi scalzi, ed il sacerdote innanzi con la croce in mano, essendo stati in tal modo incontrati più in là d’Avellino verso Monteforte”. Le spese per il viaggio furono pagate dai proprietari Giuseppe Sammarco, Lorenzo Majellaro e Fedele Gianquitto. Gaetano Zullo con altri quattordici orsaresi fu arrestato e dopo alcuni giorni furono tutti scarcerati e sottoposti a vigilanza.
I fermenti continuarono, Orsara fu investita da episodi di ribellione contro il potere costituito che travalicarono la questione delle terre e si intrecciarono con quella più spiccatamente politica. Il timore che i beni comunali potessero ancora una volta essere usati a favore della borghesia e a danno della parte della popolazione più povera è alla base delle dimostrazioni. È possibile cogliere i caratteri del vecchio ribellismo contadino, che si manifesta nell’improvviso scoppio e spegnersi della rivolta, che non riesce a collegarsi con le masse in lotta negli altri Comuni. Il malcontento era enorme e in Orsara aveva forti interessi la famiglia Ricci, rappresentata a Bovino, capoluogo del distretto, dal legale Francesco Antonio. I contadini reclamavano la quotizzazione delle terre, cui si provvide, sindaco Michelangelo Ricci, escludendo coloro che vi avevano diritto. Esclusi dalla divisione demaniale i contadini, non ascoltati dal sindaco, agirono direttamente e il 4 gennaio 1847 più di mille, armati di vanghe e zappe, si recarono nel fondo Montemaggiore per dissodarlo. Il giorno successivo intervenne la compagnia della gendarmeria reale di Bovino con 30 gendarmi e i guardaboschi per frenare l’agitazione dei contadini. La moltitudine fu dispersa e vennero arrestati 37 contadini, fra cui diverse donne. Tutti, interrogati, rigettarono l’accusa di essere stati istigati da elementi estranei al loro ceto nelle agitazioni. Alle autorità di polizia sfuggiva che nel distretto di Bovino si cospirava contro il real governo e che l’occupazione di Montemaggiore era alimentata da elementi liberali. Il 15 gennaio furono scarcerati gli arrestati, tranne Michele De Santis, M. Angela De Finis e Anna Rinaldi.
Nel 1848 il circondario di Orsara fu tra i più attivi nella lotta per l’avvento costituzionale. Alcuni successi si colsero ad Orsara, dove alcuni personaggi guidavano con obiettivi chiari le plebi rurali e gli episodi più importanti avvennero tra l’aprile e l’agosto del 1848. Nel Comune capoluogo del circondario i contadini discutevano oltre che di revindica di terre e assegnazione di quelle demaniali, anche di libertà civili. La circolare Conforti riconosceva, anche se in parte, i torti subiti dai contadini e invitava le autorità a quotizzare i demani. Era una difesa dei contadini poveri con belle parole nel solco della precedente legislazione. Tra l’altro, la circolare richiamava al rispetto dell’ordine i contadini: “Ma la stessa forza di questa causa impone che le armi ed i modi di difenderla siano quali si affanno ad uomini liberi e cristiani, a gente forte ed incivilita, perché non si cada mai in sospetto di voler essi attuare un comunismo incompatibile in ogni terra, sotto qualunque forma di civil reggimento, e quella generale più misurata partizione di beni tra cittadini tutti, divenuta ormai vaneggiamento ed utopia, perché addentare le proprietà altrui è offendere e distruggere ogni legge, è ruina fatale alla stessa libertà, è come inalberare il primo vessillo dell’anarchia, la quale è lontano breve tratto da novella servitù”.
La circolare fu fraintesa in quanto sembrava legittimare, in qualche modo, le occupazioni delle terre e quando una successiva circolare fu emanata, il 24 aprile, due giorni dopo, per rettificare la prima, scoppiarono i tumulti. Il 30 aprile 1848 ad Orsara Fedele Cappetta, conosciuto come “Il Sagrestano”, commentando in piazza la circolare conforti affermava che nessuno poteva più impedire, di fronte all’inerzia delle autorità locali, ai contadini di togliere la terra agli usurpatori. I presenti in piazza, entusiasti delle sue affermazioni, iniziarono a gridare degli slogan “Viva la Costituzione”, “Viva il re”, “Vogliamo la terra nostra”. Intervenne il giudice e per motivi di ordine pubblico il Cappetta fu arrestato dai militi della Guardia Nazionale. I contadini, un centinaio, si ribellarono e, in assenza del Calabrese, che era a Napoli, capeggiati dal sarto Giacomo Fasulo, si recarono dal giudice regio per chiedere il rilascio del detenuto. Il giudice si rifiutò e i dimostranti occuparono il carcere, costrinsero il custode delle prigioni a rimettere in libertà il Cappetta, che essi portarono via e in trionfo per la Piazza del paese. Il 3 maggio 1848 trecento contadini occuparono le tenute di Montemaggiore e Cervellino. La situazione era delicata, stava per precipitare e in data 21 maggio il sottintendente di Bovino così scriveva all’intendente: “Il Sindaco e il Capitano della Guardia Nazionale di Orsara per espresso mi fa pervenire con la data di ieri reppaorto del tenor seguente: l’urgenza ci obbliga spedirle un espresso ad ore due della notte per esser venuta strana notizia, che i bracciali già hanno eletti il Giudice, gli Amministratori Comunale ed un Arciprete, e vogliono metterli in possesso domani delle rispettive cariche con escluderne gli attuali funzionari che non hanno intesi di annuire alle loro voglie…”. Alla fine per non compromettere l’ordine pubblico, facendo opera di persuasione, si riuscì a far cessare l’occupazione.
Un fatto più grave fu quello del 23 agosto. Il sottintendete del distretto di Bovino, Federico Campobrin, venuto a conoscenza dell’invasione del Bosco di Magliano, con guardie di pubblica sicurezza e guardiaboschi comunali, si recò sul luogo sorprendendo i contadini in flagranza. Alcuni riuscirono a scappare facendo perdere le loro tracce, mentre Campobrin “perviene alle prime abitazioni, si mette per la prima strada che trova e giunge alla casa comunale. Le porte intanto si chiudono, sono sbarrate; nessuno per le vie, qualcuno scappa a manca, a dritta. Alla fine compare il parroco, e il Capitano della Guardia Nazionale, il Sindaco, i notabili del paese, e assicurano che il popolo non avrebbe fatto alcun male, e che presto sarebbe tornata la calma”. Furono arrestati Giuseppe Mastropieri, Angelo Tiso, Michele e Domenico Del Priore, Michele Curci, Michele Terlizzi, Giuseppe Borrelli, Leonardo Balzo, Leonardo Barbato, Giuseppe Zullo, Angelo Sereno, Carmine Mastropieri, Pietro Pignatiello e come istigatori Giacomo Fasulo e l’avvocato Edoardo Forgione.
Nel maggio 1848 ritornato da Napoli Giuseppe D’Andrea, alias Spaccapaglia, sparse la voce che si era ottenuto un decreto per l’occupazione dei boschi Montemaggiore e Magliano, assicurato in ciò da Giuseppe Calabrese che allora si trovava nella capitale. Nel mese di luglio la popolazione orsarese si ammutinò e il 6 agosto vi furono dei disordini contro il sindaco. Più di 1500 cittadini circondarono la casa comunale e con la complicità della Guardia Nazionale molti entrarono nel decurionato a perorare la causa della divisione delle terre comunali. Il decurionato respinse le proposte e coloro che occupavano le scalinate interne del Comune, aizzati anche da un componente della Guardia Nazionale, D. Tommaso Tozzi, dettero inizio a dei disordini, guidati dal sacerdote D. Pietro Volpe, da D. Giovanni Roselli, D. Gaetano Cucciardi, D. Giovanclemente De Stefano, D. Michele Tozzi 1° eletto, dall’archivario D. Eduardo Forgione, mentre Giuseppe Calabrese, che il 24 gennaio 1848 aveva preso parte con grida e fischi contro il ministro della polizia Francesco Saverio del Carretto in via Toledo e il 27 gennaio partecipava a una nuova imponente manifestazione avvenuta innanzi al palazzo reale di Napoli invocando la Costituzione, maltrattava con parole e minacce il sindaco Ricci, la folla cominciava a gridare “Abbasso il sindaco” e lo accompagnava tra i più vivi disprezzi sino alla casa. Non vi fu disordine maggiore perché circa 40 guardie erano a difendere in quella circostanza il sindaco.
Alla fine del 1848 i comitati si andarono disgregando e la repressione che ne seguì fu pesantissima. Gli arrestati furono numerosi e nel carcere di Bovino erano tanti i detenuti che non si sapeva più ove metterli.




