La diffusione del cristianesimo in epoca imperiale si realizza, come è noto, attraverso una serie di molteplici scontri, e si deve sottolineare la complessità degli eventi, che nel corso del IV secolo tendono a fissare l’attenzione su Costantino, quale artefice esclusivo della svolta che condusse dalla persecuzione alla tolleranza con l’editto del 313 d. Cr. Successivamente con i decreti di Teodosio I del 391-392 d. Cr, il cristianesimo venne riconosciuto quale religione ufficiale, in un clima di forte resistenza da parte della nobiltà senatoria tenacemente ancora pagana. La conseguenza più percepibile della trasformazione del corso dei tempi sul piano monumentale nelle città fu la realizzazione dei nuovi edifici di culto cristiani, le basiliche, edifici di grandi proporzioni e articolazione architettonica, che si incrementarono soprattutto nel corso del V secolo d. Cr.
«Costantino, a Roma iniziò con la costruzione della cattedrale, la basilica costantiniana (S. Giovanni in Laterano),…ma la politica monumentale verso la Chiesa si espresse soprattutto nei grandi martyria suburbani. La più spettacolare di queste costruzioni fu senza dubbio la basilica del Vaticano eretta sopra la tomba del fondatore della comunità romana: S. Pietro» (Fiocchi Nicolai, 2001).
In Campania, le città – civitates – sedi di diocesi custodiscono cospicui resti monumentali di strutture funerarie ed edifici di culto paleocristiani. I primi luoghi nei quali si recavano abitualmente gli adepti delle comunità cristiane, i cimiteri comunitari, che erano sorti tra la fine del II secolo e i primi del III sec. d. Cr. , si consolidarono dalla II metà del III sec. d. Cr., e continuarono ad essere frequentati. A partire dalla prima metà del VI secolo d. Cr. , la diffusione della venerazione della tomba del martire portò alla creazione nell’ambito degli ambienti cimiteriali sotterranei di vere basiliche ad corpus. Dalle città il culto si diffuse verso le campagne, dove si organizzarono le comunità rurali, ragionevolmente, intorno ad una basilica all’interno di una villa, nell’ambito di un vicus; in altri casi, la presenza di una attività pastorale è attestata da iscrizioni. In Campania il modello più significativo di un martyrium è il complesso monumentale sorto intorno alla tomba di San Felice, nell’odierna Cimitile, già coemeterium Nolae. Il culto per il santo e la necessità di spazi da destinare alla sepoltura determinarono una forte attività nell’area, ma fu con l’arrivo di Ponzio Meropio Paolino, vescovo di Nola dal 409 al 431 d. C, che sorse il grandioso complesso, che conserva ancora oggi le preziose antiche vestigia.
Le testimonianze cristiane più rilevanti in Irpinia sono attestate nell’antica città di Abellinum, odierna Atripalda, e nell’Alta Valle del Sabato. L’antico quartiere di Capo la Torre, nell’attuale centro storico del Comune di Atripalda, corrisponde in antico, nel sistema urbanistico di Abellinum, alla necropoli urbana orientale, con tombe databili tra il I secolo a. Cr. ed il III d. Cr. Su parte di questo impianto si insediò il nucleo paleocristiano. Abellinum, antica colonia romana, è sede di diocesi già alla fine del V sec. d.C., ma esistono attestazioni di iscrizioni afferenti alla seconda metà del IV sec. d.C., rinvenute alla fine del XIX secolo. Nel 499 è nota la presenza del vescovo Timotheus al Concilio di Papa Simmaco. Un altro vescovo è stato il Sabinus, noto per l’elogio sulla sua tomba conservata nello specus martyrum, all’interno della chiesa Madre di Atripalda. Ormai è accertato, anche dopo gli studi di Ch. Pietri, come già ammesso dal Lanzoni, che tale personaggio si possa identificare con il Sabinus Campanus vissuto intorno agli anni ’20 del VI sec. d.C. che, su mandato dell’imperatore Teodorico, accompagnò papa Giovanni I a Costantinopoli per cercare di convincere l'imperatore Giustino I ad adottare una politica meno intransigente nei confronti dei seguaci delle teorie di Ario (cristiani ariani).
La basilica di Capo La Torre è stata costruita sicuramente in un’area precedentemente occupata da necropoli romane, databili tra il I sec. a.C. ed il III sec. d.C. Pertanto si inserisce nel modello dei c.d. martyria, cioè basiliche con funzione cimiteriale, erette all’interno di una necropoli pagana, sulla tomba di un martire, che qui, durante gli scavi archeologici, non è stata rinvenuta, come in altri complessi archeologici già citati: Cimitile e la necropoli vaticana. Tuttavia ad Abellinum è legata la figura di Sant‘Ippolisto, santo e martire, a cui è dedicata la chiesa madre di Atripalda, situata nelle immediate vicinanze dell’antica basilica paleocristiana di Capo La Torre. Come vuole la tradizione popolare e quella degli studi locali, il martirio sarebbe avvenuto lungo le rive del Sabato, dove il sacerdote venuto da Antiochia a predicare il Vangelo, per distogliere gli Abellinates dal culto di Diana, fu decapitato il 1 maggio del 303 d.C. durante la persecuzione di Diocleziano e le sue spoglie sepolte nel luogo dove sorge l’odierna Atripalda. Il tradizionale culto di questo martire il cui nome si è mantenuto nel titolo della chiesa madre di Atripalda, e lo specus martyrum inglobato in essa, con il sepolcro di San Sabino, hanno conservato la memoria dell’antico culto paleocristiano, confermata dalle recenti ricerche archeologiche. Con l’abside orientata ad Ovest, le strutture della basilica formano un edificio orientato Nord Ovest-Sud Est diviso in tre navate. Dal punto di vista delle dimensioni, l’edificio appare piuttosto eccezionale; infatti ha una larghezza complessiva di 23 m. ca con la nave centrale che misura 13 m in larghezza, per una lunghezza indagata di 33 m. Le navate laterali misurano 5 m in larghezza. I pilastri distano tra loro 3,50 m e le strutture sono conservate in elevato per circa 1,50 m di altezza. La tecnica edilizia usata per i pilastri è l’opus testaceum, la cui fondazione è costituita da materiali di spoglio; essi dovevano essere raccordati da archi a tutto sesto posti in sequenza rispetto alla navata centrale e trasversalmente a quelle minori. Le murature dell’edificio sono costitute in opus vittatum. Nella navata centrale è stato rinvenuto trasversalmente il basamento che separava l’area destinata ai fedeli da quello della gerarchia ecclesiastica (presbiterio) costituito, ugualmente, da blocchi calcarei di spoglio.
All’interno del presbiterio si è posta parzialmente in luce una struttura rettangolare, interamente rivestita di marmo bianco, che si potrebbe interpretare come un reliquario. Un ulteriore rinvenimento, utile allo sviluppo planimetrico dell’edificio, è la messa in luce di parte della struttura muraria che doveva costituire il basamento dell’arco trionfale. Lo spazio delle navate, sia quella centrale che quella occidentale, è stato occupato interamente da sepolture. Nelle varie campagne di scavo sono state messe in luce complessivamente oltre 500 tombe, databili tra la fine del III ed il VI sec. d. C, già progettate per più livelli di deposizione e coperte dalle lastre di marmo con iscrizioni, che fungevano anche da pavimentazione di rivestimento del piano di calpestio dell’edificio religioso. Le lastre di marmo provenienti dal contesto di scavo della basilica hanno restituito 116 iscrizioni che si collocano, per la presenza della data consolare, tra il 453 ed il 558 d. Cr. A queste vanno aggiunte le 15 rinvenute nel corso del XIX secolo e i due epitaffi custoditi nello specus martyrum. Le iscrizioni contribuiscono significativamente alla conoscenza della società dell’epoca. I due epitaffi nello specus riguardano personaggi di spicco del clero cittadino: Sabinus, chiamato Sacerdos, Praesul ed Episcopus e Romulus, Levita. Nelle iscrizioni sono ricordati i diaconi, i presbiteri ed un lector, ma anche protagonisti della società civile cittadina. All’esterno della navata orientale prodotti vulcanici riferibili alla c.d. eruzione di Pollena (472 d. Cr.), non hanno interferito sulla continuità d’uso di quest’area dell’edificio. La basilica mantenne infatti nel tempo la tradizione delle sue memorie venerate e dovette diventare meta di importanti pellegrinaggi. Sembra utile porre in rilievo, in questo senso, che nella Divisio Ducatus, dell’849, tra Benevento e Salerno, il confine meridionale viene indicato con il toponimo ad peregrinos, che indica un luogo di pellegrinaggio, e verosimilmente identifica la stessa città antica con il santuario di Capo La Torre, luogo che darà impulso alla formazione del nuovo centro sulla riva destra del Sabato.
Nel territorio dell’Alta Valle del Sabato esistono diverse testimonianze cristiane tra il V ed il VII secolo d. Cr. Da Aiello del Sabato proviene il rinvenimento isolato di una iscrizione di marmo che ricorda il Presbyter Johannis, Dei servus, vir venerabilis, datata tra il 463 e il 541 d. Cr. Il titolo presbiteriale presume una attività pastorale (cura animarum), in una chiesa battesimale “di connotazione rurale”, di cui oggi non si conserva traccia (Lambert, 2008). Il fenomeno del “cristianesimo rurale”, che seguì il percorso delle più importanti vie di comunicazione, in questo caso la Via Antiqua Maior, che collegava la conca avellinese al Beneventano e la regione salernitana, è ben attestato dai complessi basilicali, di Prata e Pratola Serra, rispettivamente lungo la riva sinistra e destra del fiume Sabato, con un diverso impianto di origine. A Prata si tratta di un complesso funerario gentilizio di origine pagana (ricavato riadattando una grotta naturale scavata nel tufo e costituito da una varietà tipologica di fosse terragna a «sarcofago» e ad «arcosolio» ) che in età non precisabile divenne luogo di culto. Viceversa a Pratola Serra un edificio ecclesiastico del VI-VII sec .d. C. si insediò su un’area precedentemente occupata da una villa.
Un archeologo tedesco, Vittore Schultze, dopo aver visitato Prata, descrive la zona nel volume Die Katakomben, edito nel 1882. Annota che lungo i pendii si scorgevano tracce di luoghi di sepoltura: tra questi, alcuni ipogei a camera erano riutilizzati come ricovero di animali o come deposito da parte dei contadini, ed il più grande di questi, presentava un impianto cristiano. Lo Schultze ipotizza l’esistenza di un edificio sepolcrale pagano, pertinente ad una necropoli, relativa ad una villa o più ville, che dovevano occupare l’area, nei dintorni. Nel giardino contiguo al complesso religioso, infatti, sono presenti molti frammenti architettonici di provenienza ignota relativi ad uno o più edifici. Lo studioso, inoltre, da notizie raccolte sul posto e ci rivela che nel 1875 durante un restauro, vennero alla luce superfici parietali in stile pompeiano. L’ipogeo è in uso già dal II- III sec.d.Cr.,ed in epoca non precisabile è ipotizzabile che esso si sia trasfotmato in un piccolo di culto che potrebbe aver accolto una sepoltura privilegiata (forse la tomba di un ignoto martire oggetto di venerazione), che avrebbe attirato una serie di deposizioni in formae attorno ad essa.
Una iscrizione oggi perduta, ritenuta cristiana e datata al 469, attesta che nel corso del V sec. d. Cr. la struttura accoglieva sepolture cristiane. In epoca sempre non determinabile è sorta una chiesa «circiforme» o a «deambulatorio» o a «esedra» costruita in parte all’interno della collina che aveva ospitato gli ipogei. Oggi del deambulatorio si conserva solo il tratto che contorna l’abside. L’ingresso del complesso ipogeo è in asse con l’abside dell’attuale basilica. Verso Est, a monte della basilica, è situata la grotta detta «dell‘Angelo», che si trova a 6 m. di altezza rispetto al piano di calpestio della corte interna ,e si potrebbe identificare con gli ambienti superiori del problematico ipogeo. La «basilichetta ipogea», variamente denominata catacomba, cripta, basilica ad corpus, è articolata in un cubiculum duplex. Il primo cubicolo ha forma rettangolare, con volta ribassata e lungo il perimetro del quale si aprono nove arcosoli, cinque a destra e quattro a sinistra, con cavità basse e profonde. Al secondo cubicolo si accede attraverso una parete costruita in mattoni al centro della quale si apre un arco a tutto sesto. Il secondo cubicolo presenta due arcosoli per ciascun lato e culmina nell’apertura a nicchia (secretarium), con due arcosoli, uno per lato e con un incavo orizzontale molto profondo. Una grande ara in laterizio di forma parallelepipeda che conserva ancora tracce di pittura rossa ed ocra (Muollo 2001), è collocata al centro del secondo cubicolo.
Il complesso trova confronto con altri «santuari sotterranei»; ad esempio a Roma con l’ipogeo di Sant’Ippolito nella catacomba omonima; a Napoli con la basilichetta ipogea di Sant’Agrippino nella catacomba di San Gennaro a Capodimonte, e con la basilichetta ipogea di San Gennaro dei Poveri.
La chiesa attuale è ad una sola navata, con volta a botte, ed è delimitata da un’abside. In mancanza di un’accurata documentazione archeologica, relativa all’ambito dei vari restauri eseguiti (Taglialatela 1878; Schultze 1882; cfr.Muollo 2001), le datazioni della basilica hanno dovuto tener conto di elementi quali la tipologia dell’edificio nella zona absidale, le strutture murarie, e le tracce di documentazione pittorica, e non dei contesti di scavo irrimediabilmente perduti. La datazione del complesso religioso è controversa. Si segnala che nel 1999 fu rinvenuto un nummo di Baduela del 593 d.C., sollevando una tegola sconnessa dello stereobate dell’abside, forse una deposizione intenzionale. In assenza di informazioni più precise alcuni “segni” originari di questo problematico complesso religioso si possono riconoscere nel culto di Maria, a cui è dedicata la chiesa; in quello degli apostoli Pietro e Paolo, raffigurati nell’ipogeo; nella figura dell’orante, dipinta nella nicchia di fondo dell’abside (una raffigurazione che sembra perpetuare, nell’iconografia, la tradizione tardo-antica), e in alcuni dettagli strutturali.
Sulla riva destra del Sabato il Comune di Pratola Serra ospita un edificio ecclesiastico in un’area dove prima della fondazione della chiesa era insediata una villa romana di notevoli dimensioni. Gli scavi condotti da Paolo Peduto, dell’Università degli studi di Salerno, hanno restituito un’aula mono absidata con abside ad Est e nartece ad Ovest. L’aula contiene un ciborio, seguito da una schola cantorum. Adiacente la chiesa, a Sud Ovest, vi era il battistero, anch’esso a pianta quadrata e absidata. Il complesso basilicale trae origine dall’architettura del mondo tardoimperiale romano, del filone mai spento della tradizione romano bizantina, come attestano i preziosi materiali ritrovati (sette piccole croci astili d’argento, ed una d’oro, ed i frammenti di decorazione architettonica.
La chiesa è utilizzata tra il VI e il VII sec. d. Cr. con funzione battesimale e cimiteriale, e dovrebbe coincidere con il S. Johannis de Pratula, ricordato dalla Rationes Decimarum del 1308-1310.
Si è ipotizzato (Peduto 1992; Fariello-Lambert 2009, 66) che il complesso ecclesiastico di Pratola fosse la sede dei vescovi di Abellinum stabilitisi a Pratola per circa un secolo tra la seconda metà del VI e il 663. Secondo questa ipotesi e per alcuni particolari architettonici, si può riconoscere in essa non una plebs rurale (Peduto 1999) ma una chiesa cattedrale data la presenza di un basamento nella nicchia semicircolare terminale, in cui si è voluto riconoscere il luogo del seggio vescovile all’interno della grande abside. Comunque, in attesa che future campagne di scavo da eseguire nella villa, della quale è stato messo in luce parte del quartiere termale, possano risolvere il rapporto villa-chiesa, per comprendere la conseguente variazione della originaria natura e fruizione del monumento, e la sua rioccupazione, il complesso di Pratola Serra è di fondamentale importanza al fine di comprendere la ricostruzione di un ambiente di età tardo antica-altomedievale, nella Valle del Sabato e nel territorio della civitas di Abellinum. La ecclesia “rurale” di Pratola è in stretta connessione con il tipo di insediamento paganico-vicano, da riconnettersi al fenomeno del cristianesimo rurale, come quello di Prata e di Aiello del Sabato, che seguì, come in questo caso, il percorso delle più importanti vie di comunicazione, raggiungendo dalle zone costiere, le villae e i pagi nell’entroterra. Lungo il Sabato correva l’itinerario viario che collegava la conca avellinese con il Beneventano e Salerno, la Via Antiqua Maior: Questa arteria doveva incontrare nei pressi di Pratola, lungo il passo di Serra, un altro percorso che dalla conca avellinese, tramite i passi posti presso Montemiletto e Torre le Nocelle, raggiungeva la Media Valle del Calore, e quindi Aeclanum.
Dunque anche un territorio considerato “periferico” partecipa in maniera significativa al processo di cristianizzazione della regione campana, sia per la presenza di importanti figure di vescovi, di cospicui complessi monumentali, sia per il corpus delle iscrizioni cristiane dalla basilica funeraria di Abellinum: «un’acquisizione di eccezionale valore storico, accresciuto dall’omogeneità del contesto di provenienza e dalla sua precisa databilità entro limiti cronologici definiti dalla presenza di numerosi testi che recano l’indicazione dell’eponimía consolare» (Lambert, 2008).




