Nel foyer del teatro il processo a Carlo Gesualdo

Mercoledì 22 Maggio 2013 12:10 Red.
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Il castello di Carlo Gesualdo (nel riquadro)AVELLINO –  «La notte che divide il 17 dal 18 ottobre fu privato di vita D. Fabrizio Carafa duca d’Andria, giovin di bell’aspetto; essendosi esfrenatamente (non contento della bella e divotta sua moglie) dato agli amori di una donna di prima qualità [Maria d’Avalos], quale purtroppo condescese alla di lui libidine, dal marito di quella furono ambi ucisi nella propria camera, come viene più a longo scritto dal P. Marchese, già degnissimo vescovo di Puzuolo nel tomo IV del diario domenicano»: così Antonio Bulifon, nella cronaca dei suoi Giornali di Napoli relativa al mese di ottobre del 1590, riportò l’episodio dell’assassinio che Carlo Gesualdo, principe di Venosa e conte di Conza, signore dell’omonimo feudo irpino situato in posizione strategica, non molto distante dalla regia strada delle Puglie, ordinò ai suoi sicari della moglie sorpresa in flagrante adulterio con l’amante, il giovane Fabrizio Carafa duca d’Andria, nel palazzo di Sangro, in piazza San Domenico Maggiore, a Napoli.

Un vero e proprio uxoricidio che ebbe larga eco in tutti gli ambienti dell’alta società del Regno, di quella napoletana in particolare. Fece notizia. Anche perché la vittima, la bellissima Maria d’Avalos, una delle donne più ammirate dell’epoca, era anche cugina di Carlo Gesualdo in quanto figlia di Sveva Gesualdo e di Carlo principe di Montesarchio e marchese del Vasto e di Pescara. Quando sposò Carlo nel 1586, Maria era già vedova di Federico Carafa, cugino e amico intimo del futuro amante Fabrizio Carafa, e del nobile siciliano Alfonso Gioeni marchese di Giuliana morti, rispettivamente, nel 1578 il primo, nel 1586 il secondo. Dal primo marito aveva avuto due figli, Ferdinando e Beatrice.

Carlo (Venosa, 8 marzo 1566 – Napoli, 8 settembre 1613), invece, era figlio di Fabrizio II e di Geronima Borromeo, quindi, per parte di madre, nipote di San Carlo Borromeo – cugino del cardinale Federico, arcivescovo di Milano, reso celebre dal ritratto che ne fece Alessandro Manzoni ne I promessi sposi – e pronipote di papa Pio IV, al secolo Giovanni Angelo Medici di Marignano (1499-1565). Stiamo, dunque, parlando di alcune delle famiglie più potenti e cospicue d’Italia e del Regno di Napoli per cui non era semplice, all’epoca, in considerazione dei rapporti sociali e del rango che questi casati avevano, imbastire un processo a carico di un pezzo da novanta qual era Carlo Gesualdo, sia pure mandante ed esecutore di un delitto gravissimo.

Ci provano, però, a farlo, a distanza di quattro secoli, nell'ambito del cartellone di eventi allestito per celebrare i 400 anni dalla morte di quello che è stato anche uno dei più grandi madrigalisti del tardo Rinascimento - Carlo Gesualdo appunto, cui, lo ricordiamo, è intitolato il teatro cittadino - Roberto Barbato e Niny Longobardi che, domani, alle 18.00, nel foyer del teatro di piazza Castello, daranno vita ad un vero e proprio processo per direttissima con il contributo di Paolino Marotta e dell’attrice Angela Caterina.

«Non c’erano i tempi tecnici per svolgere un processo regolare – fanno notare il professor Barbato e l’avvocato Longobardi – anche perché la vicenda napoletana coinvolgeva gli Stati “esteri” come quello di Firenze, di Milano, lo Stato del Vaticano, il nipote di un futuro Papa e tutto questo faceva tremare i polsi al viceré di Napoli che voleva concludere la vicenda il prima possibile. La fretta di solito porta a delle contraddizioni. Carlo è stato assolto dal diritto comune per legittima difesa del proprio onore, ma i suoi accoliti, i sicari che hanno commesso l’efferato delitto, invece, non sono mai stati imputati. Altro discorso riguarda il diritto aristocratico. Carlo si servì di sicari e questo non era ammissibile per un uomo del suo casato che avrebbe dovuto sfidare in duello il suo rivale. L’efferatezza poi dell’accanimento successivo sui corpi dei due amanti suscitò un grande sdegno nella popolazione. Siamo in una Napoli che vede convivere il nobile e il plebeo nello stesso palazzo».