AVELLINO – Come in un inatteso presepe a misura umana, il paese trentino di Vermiglio, isolato dal resto del mondo per la sua posizione geografica e per i fenomeni atmosferici estremi, si ritrova ad ospitare tutte quelle figurine che, nel ben più piccolo presepe presente nella modesta ma accogliente casa del maestro Graziadei, ha intagliato uno dei numerosi figli, Dino, mal tollerato dal padre, che lo avrebbe voluto molto più simile a sé, per cultura umanistica e sensibilità musicale. Doti che invece è costretto a riconoscere in una delle figlie femmine, Flavia, l’unica destinata a proseguire gli studi lontano da casa.
Come in una natività reiterata, la moglie Adele partorisce, allatta, perde alcuni dei neonati, senza che il padre impari a partecipare ai dolori della partoriente e ai suoi lutti con un po’ di tenerezza o di empatia. Proprio il ribelle Dino saprà sostituirlo nell’offerta di un mazzolino di fiori alla puerpera, in una scena che svela tutto il formalismo delle relazioni interfamiliari.
Ma un’altra maternità si prende la scena, quella della prima figlia Lucia, innamoratasi di un soldato siciliano, Pietro, che ha riportato a casa il commilitone ferito Attilio, per fermarsi tra quella minuscola comunità fino a che la fine della guerra non gli permetterà di tornare a casa. Intanto ha sposato Lucia, incinta, promettendole di tornare. Questa partenza scatenerà la tragedia personale della coppia, dentro l’orrore più ampio della guerra, da cui anche chi la diserta, sopravvivendo ai compagni morti, sembra aver perso il soffio vitale, gelida anticipazione della prossima fine fra quelle nevi che confondono in uno stesso biancore uomini, natura e animali.
La stalla, la vacca e l’asinello, il taglialegna, i musici, la chiesetta, le capre e le galline, le gerle e il latte fumante appena munto…Ogni figurina di questo straordinario villaggio, che pareva appena toccato dalla mostruosità di una guerra senza data e senza nome, pur nella sua estraneità rispetto all’oggi (sottolineato da un uso strettissimo del dialetto, sottotitolato) riesce a rivelarci, grazie alla minuziosa e amorevole ricostruzione della regista Maura Delpero, come ogni guerra sia una guerra civile e come quei sentimenti che animano chi è diverso da noi ci riconoscano quale parte indistinguibile di una stessa umanità.




