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    19/04/2026

Un Decamerone moderno nella geografia letteraria di Parthenope

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Spettacoli6_parthenope_film.jpgAVELLINO – È una geografia letteraria quella che ci offre – incantandoci – Paolo Sorrentino nella sua ultima pellicola, Parthenope. Si potrebbe assimilare la struttura del film a un Decamerone moderno: una successione di racconti racchiusi in una medesima cornice, raffigurata dal medesimo luogo, Partenope appunto, in tempi differenti (fra il 1950 e i nostri giorni), con una protagonista che li attraversa dalla gioventù alla vecchiaia, lasciando il segno della sua presenza in tutto quanto, e in tutti quanti, ne vengono a contatto.

È stato più volte ricordato il romanzo di Raffaele La Capria, Ferito a morte, tra le fonti d’ispirazione del regista, il cui abbandono alla bellezza estrema dei luoghi e della protagonista (Celeste Della Porta) finisce a volte per tradirne l’essenza, traducendosi in una sorta di contemplazione estetizzante da cui è volutamente espunto qualsiasi riferimento realistico alle brutture della città e dei suoi abitanti. Dico realistico perché anche le scene in cui sono rappresentati i bassi dei Quartieri, con il loro lerciume e la loro povertà, paiono piuttosto un nuovo tributo a una figurazione letteraria degli stessi: è proprio così che secoli di napolitudine ci hanno addestrati a riconoscerla, tra stereotipi di camorristi buoni e cattivi, prostituzione in bella vista, scugnizzi sbrindellati e una devozione popolare degna di una sceneggiata.

Non solo citazioni letterarie sembra di riconoscere nella volontà autoriale e nella perfetta fotografia di Daria D’Antonio, ma persino quelle di una pittura fra il caravaggesco e il grottesco: un San Gennaro venerato da un cardinale così blasfemo non l’avevamo ancora visto, e neanche una prima notte di nozze offerta come su un palcoscenico dai rampolli di due famiglie criminali che devono sancire una nuova alleanza…

Si esce dalla proiezione segnati da stordimento e perplessità, avendo come l’impressione di aver goduto in eccesso: troppa magnificenza delle immagini, troppe caricature di personaggi reali (il comandante, l’attrice decaduta, l’influente teatrante smostrata dalla chirurgia estetica, il professore universitario, temuto e ossequiato, con quel suo figlio raccapricciante nascosto in una casa stipata di libri…), troppo di tutto, forse.

La metafora di una Napoli che tutto accoglie e metabolizza, nel bene e nel male, facendoselo perdonare in nome della sua bellezza ed empatia, pur non essendo originale, porta la firma riconoscibile dell’autore. Di fronte a un’opera così non si può in ogni caso rimanere indifferenti, vuoi per ammirarla vuoi per demolirla.

 

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