AVELLINO – Nell’ambito della rassegna Cinema d'autore Visioni, in collaborazione con Quaderni di Cinema Sud, è stato proiettato al Cinema Partenio il film dei fratelli franco-belgi Jean-Pierre e Luc Dardenne Giovani madri (Jeunes Mères), che nel 2025 ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura al Festival di Cannes.
È questa un’opera che punta molto sul coinvolgimento emotivo dello spettatore, che viene autorizzato a un intimo contatto con le protagoniste della storia, incalzate come sono da una macchina da presa che le segue da vicino mentre entrano ed escono dalla “maison maternelle”, parlano al telefono con qualcuno che non vuole ascoltare, cercano un contatto con chi le ha abbandonate, ovvero lo rifiutano quando capiscono che complicherebbe ancora di più la loro vita, curano o trascurano i propri bambini, ambiscono a una casa propria, anche se il solo vero rifugio è quella comunità che le ha accolte.
In uno spazio collettivo in cui ciascuna deve attendere ai propri doveri per poter usufruire dei propri diritti, all’interno di una disciplina mantenuta da assistenti severe quanto basta, sollecite e attente alla salute mentale e fisica delle ragazze, sempre pronte a un “maternage” culturale sostitutivo di quello biologico, le protagoniste del film, nato da un’inchiesta svolta dai registi nella zona di Liegi in un’istituzione statale, seguono un proprio percorso, con tratti che le accomunano e insieme le distinguono.
Alla base di tutto c’è l’abbandono, subito da parte di madri troppo giovani o troppo povere, facili prede di droghe e di maschi violenti, in uno scenario che parrebbe predestinato anche per le figlie e per chi nasce da loro. Non tutte riusciranno ad accettare la maternità: c’è chi la scambia per un legame in più con il padre del piccolo, che invece rifugge qualsiasi responsabilità; chi la sacrifica in nome di un futuro migliore per il figlio, in una delle scene più emozionanti del film; chi insegue la propria madre naturale anche contro l’indifferenza e il rifiuto di questa, riuscendo a inserirsi in uno spiraglio di tenerezza, mentre chi ha accanto un compagno innamorato finisce per superare anche le ricadute nella dipendenza dagli stupefacenti.
Uno dei temi guida di quest’ultimo lavoro dei fratelli Dardenne è la consapevolezza che la maternità non è solo un evento biologico ma culturale e sociale. Non necessariamente una donna deve desiderare di essere madre, né le relazioni sbagliate fra madri e figlie si risolvono in soluzioni obbligate. Così come neanche un figlio può riempire i vuoti di comunicazione fra uomo e donna o interrompere il percorso di crescita e di cambiamento di una giovanissima.
È significativo che nessuna delle giovani madri allatti al seno i propri bambini: è una scelta della sceneggiatura come soluzione “facilior” dell’impegno personale o piuttosto una metafora della non accettazione delle trasformazioni del corpo soggetto della gravidanza?
I registi non sembrano giudicare i propri personaggi: li seguono con ostinazione ma lasciandoli in uno spazio di libertà, dove ciascuno di loro scrive e recita un copione autonomo, senza preclusioni e senza pregiudizi.
