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    28/09/2026

Nessun dolore

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b_300_220_15593462_0___images_stories_Cultura_gesualdo_teatro.jpgAVELLINO - In un film in cui echi e citazioni sono parte integrante del materiale di cui è costituito (libri ovunque, scelta coraggiosa in un’epoca in cui sempre meno persone leggono), la suggestione iniziale ci viene dal titolo (trascurando Battisti…): “Nessun maggior dolore/che ricordarsi del tempo felice/ne la miseria” (Inferno, V, 121-123). E benché di un tempo veramente felice dei personaggi del film di Gianni Amelio noi spettatori non sappiamo gran che, pure ci dovette essere qualcosa di simile nella vita del malinconico rivenditore di libri usati (Alessandro Borghi), in quella della solitaria professoressa universitaria (Valeria Golino) che frequenta il suo chiosco portando e ricevendo libri, o in quella del sensibile addetto alla morgue (Valerio Mastandrea), portatore sano di umanità nell’algida stanza in cui sono conservati i cadaveri di chi è morto senza nome e in terra straniera.

Così come felicità, o perlomeno pace, dovette esserci una volta per tutti quegli esseri abbrutiti dalla miseria e dall’isolamento, scacciati come insetti fastidiosi quando si avvicinano per chiedere aiuto, comunità di reietti addestrati a dormire sui cartoni e a contendersi una bottiglia o pochi spiccioli. Quei migranti, per fame, per guerre o per qualsiasi altro motivo, oggi pomo della discordia fra chi vorrebbe rimandarli indietro senza tanti complimenti e chi invece cerca di offrir loro un pezzetto di vita migliore, e che, ironia della sorte, finiscono per sloggiare il proprietario dalla casa in cui ha cominciato ad accoglierne una e se n’è ritrovato una tribù. Ora è lui a ottenere rifugio, scomodo e freddo, nella sua piccola rivendita di libri, che però, grazie a una provvidenziale pioggia, diventa anche il luogo dello svelamento della vera natura del legame fra lui e lei.

Non si chiamano mai per nome i protagonisti della storia, così come molti dei vari ospiti dell’ormai invaso appartamento, in sintonia con la cifra del film, che è quella della sottrazione: dagli stereotipi delle persone classificate per provenienza, dallo splendore da cartolina della capitale, piovosa e fredda, priva di monumentalità, da scivolate sentimentali o pietistiche nei rapporti interpersonali, da ideologismi nelle scelte. Se questi sono uomini, allora divideremo con loro conflitti, pregiudizi e slanci: non sono migliori o peggiori di noi, solo diversi.

L’esistenza più prevedibile e scontata, sembra dirci il regista, anche sceneggiatore insieme con Davide Serino e Andrea Quetti, può venire all’improvviso sconvolta da un avvenimento inimmaginabile, eppure nessun dolore è vano, se riesce a scavare nei meandri della coscienza individuale e a tirarne fuori risorse e ruoli inaspettati, come quello di una paternità simbolica che sostituisce al più alto livello quella biologica.

“Una storia che deve ancora accadere”, la definisce Amelio nei titoli di testa, e infatti quanti di noi oggi sarebbero disposti a lasciare il posto a degli estranei senza tetto né legge, a trasformare la propria apatia verso le sventure degli altri in affannoso senso di colpa pur di trovare una tomba dove seppellire degnamente un piccolo sconosciuto?

Presentato all’83ª Mostra di Venezia, la pellicola sta ottenendo un buon successo di pubblico e suscitando numerosi commenti, a testimonianza di quanto un autentico autore sa continuare a creare, nell’estrema stagione della vita.

 

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