AVELLINO – Ospitiamo un intervento di Aldo D’Andrea di Unità popolare.
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Alla sottrazione dei diritti e delle libertà, al “ripopolamento” dei cimiteri, ai sopravvissuti brancolanti tra macerie di città e proprie cose in rovina, alla devastazione di una Italia inginocchiata, uomini dalla tempra fiera, non umiliati si proposero subito, già nel primo dopoguerra, la cancellazione del tristo-criminale ventennio fascista, facendo dono al Paese della Carta Costituzionale più “bella del mondo”. Leggerla è respirare libertà, pervasa da umanesimo, elemento guida assoluto che porta all’affermazione della dignità della persona, con certezze di diritti e di uguaglianze. Quella Costituzione è nostra, appartiene alla comunità come a ciascuno di noi.
Ma c’è un però purtroppo: nella realtà, così non è; quel dono, appare di fatto essere “mutilato” perché noi incapaci nel farla osservare e altri a volerla applicare. Il danno è per i “peones”, senza dire altro. Socrate, nel suo imperterrito voler trasferire il cielo sulla terra, fu prima deriso e poi condannato a morte dai suoi concittadini, perché apparivano turbati dall'uomo che anteponeva il bene comune ai vizi privati. Alla nostra Costituzione si somministra cicuta quotidiana perché abbia lo stesso finale di Socrate. Alla Repubblica fondata sul lavoro…si dia cicuta, all'Italia che ripudia la guerra…altra cicuta, allo Stato che si impegna a rimuovere differenze culturali, di genere, sociale e economiche...quattro dosi di cicuta! E nell’arco che va dal riso alla rabbia, ognuno di noi gradui le sue emozioni.
Al “voluttuoso” ripristino dello schiavismo attraverso lavori sottopagati, al mantenimento del colonialismo interno, Nord-Sud, allo sperpero inutile del Pnrr, all’aumento delle spese per armamenti, ai silenzi e complicità su conflitti e guerre contro popolazione vittime di genocidio, all’impoverimento di servizi essenziali, si rida pure, perché gli ignari tacchini sono usi a festeggiare il Natale. Ma, di grazia, costoro da chi avrebbero ricevuto l’autorizzazione ad agire discostandosi dalla Costituzione sulla quale, pur malvolentieri, hanno giurato? E in nome di che?
Alla calma che, al momento, regna sovrana, potrebbe subentrare “indignatio facit versum”? Segnali si avvertono. Per quanto biechi e strabici si siano dimostrati i tentativi di sottovalutazione, c’è un popolo, e non solo di giovani, che spontaneamente è sceso in piazza in difesa dei diritti, che ha tentato di smuovere coscienze intorpidite, che ha bloccato temerari tentativi di manomettere la Costituzione, che ha mostrato istinti per il ritorno alla sua sovranità, con la volontà di stabilizzare i valori democratici sanciti dalla Carta Costituzionale.
L’indignazione spinge a urne elettorali gonfie, alla cacciata dei farisei dal palazzo, all’Italia che sappia imporsi agli occhi del mondo nel perseguire propositi di pace e nell’affrancarsi da protettorati ormai datati. Agli Usa si deve amicizia e affetto perché hanno contribuito a demolire il nazifascismo, ma è tempo che a buon diritto l’Italia ritorni ad una piena sovranità politica e giuridica, nel contesto di una Europa anch’essa affrancata da protettorati. Pace attraverso le vie della diplomazia, fuori da alleanze militari minacciose e pericolose per se stessa.
In casa nostra, e non sono quisquilie, in Campania, sono emigrati 350.000 giovani, cui deve aggiungersi la decrescita della natalità: sono queste questioni serie sulle quali agire, evitando di lambiccarsi il cervello con stupidaggini e vuoti concettuali come remigrazione o scemenze simili. Indignazione e urne elettorali piene per un’Italia migliore.
