Le pietre camminano

Sabato 18 Luglio 2015 10:44 Ugo Santinelli
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b_300_220_15593462_0___images_stories_Attualita5_pza_lib_reperto.jpgAVELLINO – È andata deserta la riunione congiunta delle commissioni consiliari Urbanistica e Lavori pubblici per le modifiche al rifacimento di Piazza Libertà. Gran parte dei consiglieri, di maggioranza, ha preferito non sforzarsi, manco dovessero sottoporsi alla prima prova della maturità, al tema di italiano. L’assenza dei consiglieri è oltremodo amara, per una inattesa presenza in piazza, quasi un contrappasso, lì ad attenderli inutilmente. Guardate la foto: non è  un’opera d’arte, una rappresentazione figurativa, rozza o commovente secondo i gusti ed i punti di vista. Guardatela ancora: non è un qualunque animale, nemmeno la pecora in piedi dello stemma comunale, levigata dal tempo. È una pietra anonima, quanto l’anonimo scalpellino che la modellò con sapienza artigianale e non la firmò, non si usava. Pietra, calcare delle nostre zone. Una grata di scolo monca, affiorata in piazza libertà, più o meno all’incrocio con via delle Oblate. Molti anni, almeno dieci, sono trascorsi dall’affioramento in quel punto di altre lastre di bianco calcare, in occasione di uno dei tanti scavi per interrare cavi.

Le foto più antiche della piazza, ed una è in una bacheca del museo irpino, mostrano la piazza con una bianca pavimentazione. La pietra affiorata ne è un lacerto e rende giustizia e testimonianza favorevole a quanti in un recente passato indicarono la pietra bianca, la breccia irpina, come fondamentale recupero, rinnovata componente cromatica della nuova piazza. E quella pietra ci induce a due considerazioni di più ampia portata.

La prima è che tutte le nostre piazze hanno subito modifiche visive, sul calpestabile e sulle facciate di limite, perché Avellino non ha potuto conservare nei secoli un abitato consolidato. Gli  sconquassi naturali dei terremoti e l’intreccio tra interessi proprietari dei suoli e funzioni dello spazio fisico hanno ridisegnato la città con un ritmo incalzante, più veloce che in altre città italiane. Si prenda ad esempio la storia, tutto sommata recente, dell’attuale piazza del Duomo, allargata a respiro della chiesa, ma a spese di case preesistenti. E Piazza Libertà, bianco selciato postunitario, poi piazza novecentesca di reminiscenze pugliesi con i lecci potati, infine piazza ridisegnata dal modernismo degli anni sessanta, secondo i piccoli desideri dell’affluent society di allora. Questa ultima versione, in attesa della prossima in cantiere, denunciava un segno politico-urbano ben netto. La piazza sancisce e celebra la nuova Avellino, con l’espansione burocratica del secondo dopoguerra, i quartieri nuovi esplosi a lato e prolungando le parallele del corso; celebrazione del nuovo e condanna dell’antico, sinonimo di  vecchio, ovvero l’inutile ingombro dei quartieri degradati attorno al Duomo, alla beneventana e in direzione della ferrovia e del Fenestrelle.

La seconda considerazione riguarda, nel mutare degli assetti e delle funzioni urbane, ciò che è stato via via il fulcro centrale di Avellino, in linea con la tradizione della piazza  italiana e mediterranea. Intriga e muove al sorriso scorgere la vecchia lapide accanto alla Dogana, che qualifica lo slargo come Piazza Centrale. Centrale? Oggi di certo no, ma sono trascorsi secoli da quando lo spazio davanti alla Dogana qualificava l’intersezione delle principali direttrici extraurbane verso la Puglia e Napoli, verso Salerno e Benevento. L’importanza dei traffici extraurbani poi si è attenuato, Avellino si è adagiata in un ricentrarsi intra moenia: Piazza Libertà è la nuova piazza “centrale” dall’Unità d’Italia fino ai Cinquanta del secolo scorso.

Infine la decadenza a rotatoria di traffico veicolare, fino ai giorni nostri. Non basterà il solo rifacimento per riproporre la piazza come cuore della città - forse non tornerà ad esserlo, a avantaggio del Corso Vittorio Emanuele -, se non ripenseremo quello spazio nell’intera trama urbana e nei destini strategici della città, dislocati – quantomeno – sul territorio regionale.

La foto, scattata nella calda domenica 5, non è ben definita, ma è l’unica esistente. Nel frattempo la pietra si è animata, piccolo quadrupede, sulle gambe abbozzate e malferme ha lasciato la piazza; forse ora è al riparo di qualche casa amica. Nel cantiere non hanno notato tracce della presenza e della partenza. È apparsa quella pietra, giusto il tempo di alcune memorie e suggestioni.