Le dimissioni del Papa? Una scelta che ha origini lontane

Lunedì 11 Febbraio 2013 17:31 Angelo Picariello
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Papa Benedetto XVIROMA – "Io ho incontrato il Pontefice esattamente una settimana fa, e di tutti i colloqui privati e riservati che ho avuto con lui – ricorda Giorgio Napolitano - non ho mai detto e non dirò mai nulla, tantomeno in questo momento. Però di certo io avevo avuto l'impressione di persona molto affaticata, molto provata. E poi, quando nella sala Nervi, nell'aula Palo VI, dopo che io ho rivolto qualche parola presentando il concerto, il Papa mi ha così affettuosamente salutato ponendomi la mano sulla spalla, quasi abbracciandomi, pensavo che fossi solo io prossimo a partire. E invece lo era anche lui...”.

Nelle parole del capo dello Stato, coetaneo di Benedetto XVI e come lui prossimo al fine mandato (ma a scadenza naturale) c’è tanto dell’aspetto umano che caratterizza questa decisione del Papa che, in quanto vicario di Cristo, siamo abituati a guardare, forse, con occhi poco umani, dimenticando che anche lo stesso Gesù fonda la sua grandezza nell’essersi in tutto fatto simile all’uomo, fuorché nel peccato.

Non appena si è saputo della rinuncia del Papa mi sono venute in mente due cose. Una ci fa andare molto indietro, al Meeting di Rimini del 1990, a un intervento dell’allora cardinale Ratzinger intitolato “ecclesia semper reformanda", un discorso di una schiettezza non consueta per un porporato, sull’inutilità di gran parte dei dicasteri ecclesiali e sulla non cattolicità di molti dei preposti alle cose di Chiesa. Un intervento che letto 15 anni dopo, quando Ratzinger è diventato Papa, dava i brividi, perché un uomo di fede come lui, distaccato dal potere sia pure interno alla Chiesa, aveva avuto improvvisamente tutti i poteri per procedere a quella riforme che le sue parole lasciavano presagire.

Un incarico al quale non aspirava minimamente. Vi rivelo un episodio – ed è la seconda cosa che, a caldo, mi è venuta in mente di lui – che fa andare al 2005, che mi è stato raccontato da Elio Guerriero, lo scrittore-teologo originario di Capriglia, uno studioso molto vicino al Papa, avendo collaborato con lui alla fattura di tante opere. Ero andato a trovarlo a Milano subito dopo l’elezione di Benedetto XVI, memore di questo irpino così vicino al Papa, e fra l’altro proprio da quel colloquio con lui nacque l’idea di un libro su Giovanni Palatucci, che poi ho realizzato e andò in stampa due anni dopo. Scomparso da poco Giovanni Paolo II, Guerriero – me lo ha raccontato lui stesso – era stato raggiunto (prima che iniziasse il Conclave) da una telefonata di Ratzinger che lo invitava a tenersi pronto, perché ora – finita la sua missione al fianco di Giovanni Paolo II – poteva essere più libero per dedicarsi interamente a quella che considerava la sua vera vocazione, di teologo, di studioso e divulgatore della fede e c’era da realizzare insieme, con Guerriero, un lavoro più ampio e completo.

Questo episodio dice due cose: di quanto poco Ratzinger aspirasse a succedere al predecessore al soglio pontificio e di quanto poi gli sia pesato questo compito. Con la percezione, poi, nel corso degli anni, di resistenze forti alla sua azione di riforma, emerse con chiarezza nelle tristi vicende che sono arrivate a lambire persino il suo appartamento.

Ma questa conclusione anticipata della sua missione al di là dell’iniziale apprensione che genera, ci deve viceversa spingere a stare tranquilli. Perché emerge chiaro che, almeno ai vertici della Chiesa, il fattore decisivo non sono le ambizioni degli uomini. Sono certo che Benedetto XVI - “umile servitore della vigna” come si auto-definì al momento dell’insediamento - deve aver maturato l’idea che, proprio per il bene della “vigna” - fossero maturi i tempi per passare la mano. Non solo per il suo bene (fosse solo per quello non avrebbe esitato un secondo), ma anche per il bene di tutti i credenti. Con questa fiducia attendiamo con una certa trepidazione la nuova guida che ci verrà riservata. Avrà davanti a sé sfide vecchie irrisolte e sfide nuove imposte dalla crisi economica e dal clima di persecuzione di cui sono vittime i cristiani, in terre in cui il cristianesimo è scelta molto meno comodo di quanto non lo sia nella nostra Italia.