AVELLINO - Ad Avellino la temperatura superficiale media del suolo, misurata via satellite nel decennio 2015–2025, si attesta intorno ai 36°C. Un dato favorito dall'altitudine appenninica (circa 350 metri s.l.m.), dalla conca del Partenio e dalla copertura boschiva che circonda la città. Ma è una media che inganna: al suo interno il satellite fotografa tre isole di calore profondamente diverse, che convivono nello stesso confine comunale.
È quanto emerge dal dossier «Caldo senza confini: disuguaglianze climatiche nei capoluoghi di provincia della Campania», la prima analisi termica regionale di Legambiente Campania, che ha ricostruito le isole di calore urbane di Napoli, Salerno, Caserta, Benevento e Avellino a partire dai dati dei satelliti Landsat 8 e Landsat 9.
L'analisi individua tre punti di massimo accumulo termico:
Nucleo industriale Asi di Pianodardine (zona nord-est): fino a 50°C, il picco cittadino. Grandi capannoni con coperture in lamiera e piazzali asfaltati per la movimentazione dei mezzi pesanti si comportano, nelle ore diurne, come veri e propri collettori solari, accumulando e irradiando calore ben oltre la temperatura dell'aria circostante.
Centro urbano consolidato: circa 44°C. Qui il calore non viene da grandi superfici industriali, ma dalla combinazione di strade asfaltate, edifici ravvicinati, scarsa presenza di alberature stradali e bassa permeabilità dei suoli. È l'isola di calore urbana "classica" di un centro di medie dimensioni: meno spettacolare nei picchi, ma persistente e distribuita su un'area densamente abitata.
Fascia periurbana tra Borgo Ferrovia e Pianodardine: circa 43°C. Un tessuto ibrido di residenze, piccoli capannoni artigianali e depositi, che accumula calore per l'impermeabilizzazione delle superfici e la vicinanza all'area produttiva, senza beneficiare né del verde urbano né della ventilazione delle zone collinari.
Il caso Avellino dimostra che il rischio termico non riguarda solo le grandi città di pianura: anche un centro appenninico può diventare una trappola di calore quando lo sviluppo urbanistico non prevede corridoi di ventilazione, de-impermeabilizzazione e verde. Non è il clima di Avellino il problema, ma come si è scelto di costruire in alcune sue zone.
Il peso della fragilità sociale. Il rischio termico si intreccia con un profilo demografico ed economico che lo amplifica. Avellino conta 52.498 residenti (Istat 2021) ed è il capoluogo campano con la popolazione più anziana in proporzione: l'indice di vecchiaia è pari a 227 (media nazionale 193), il che significa che a ogni bambino sotto i 14 anni corrispondono più di due persone over 65. Gli anziani soli sono la fascia con minore capacità di adattamento alle ondate di calore. Sul fronte economico, il tasso di occupazione si ferma al 42,6% - quasi venti punti sotto la media nazionale del 62% - con una disoccupazione al 10,8% e un reddito medio imponibile di 25.210 euro (MEF, anno d'imposta 2022). Numeri che rendono difficile, per una quota rilevante di famiglie, sostenere i costi di climatizzazione domestica proprio quando il caldo diventa un problema di salute pubblica.
La dichiarazione di Antonio Di Gisi, presidente Legambiente Avellino-Alveare
«I dati di questo dossier smontano un luogo comune: Avellino non è la città fresca che il termometro medio racconta. Sotto quel 36 gradi convivono tre città diverse, e in alcune di esse il satellite legge fino a 50 gradi al suolo. Non è colpa del clima o della nostra collocazione appenninica: è il risultato di come abbiamo costruito e cementificato, di quanto verde abbiamo tolto e di quanta ombra non abbiamo previsto. Il caldo, come sempre, pesa di più su chi ha meno strumenti per difendersi: gli anziani soli, le famiglie a basso reddito, chi vive nei quartieri più densi e privi di alberi. Chiediamo alla città un salto culturale prima ancora che tecnico: mettere il verde, la de-impermeabilizzazione e i rifugi climatici al centro della pianificazione urbana, a partire dalle aree e dalle persone più esposte. Questa mappa tra dieci anni sarà ancora rossa per colpa della crisi climatica. Questa è un'emergenza sanitari».
La dichiarazione di Pasquale Porcaccio, ufficio scientifico Legambiente Campania
«I dati elaborati dall'ufficio scientifico di Legambiente Campania sottolineano come il caso di Avellino confermi una dinamica ormai evidente: il caldo urbano non si distribuisce in modo uniforme, ma segue la forma della città, la presenza di vegetazione e il livello di impermeabilizzazione dei suoli. Le immagini satellitari permettono di individuare con precisione le aree più esposte all'accumulo termico: ad Avellino la media cittadina si aggira intorno ai 36°C, ma nei punti più critici la temperatura al suolo arriva fino a 50°C. Questo rischio termico si intreccia con una forte vulnerabilità sociale, in una città che presenta un indice di vecchiaia pari a 227, un tasso di occupazione del 42,6% e un reddito medio imponibile di 25.210 euro. Per questo il dossier propone di rafforzare il verde urbano, ridurre le superfici asfaltate e investire in una pianificazione climatica che tuteli soprattutto le fasce più fragili della popolazione».
Le proposte per la città
Legambiente chiede ad Avellino di:
-Avviare un tavolo di coordinamento permanente con il Comune che riunisca gli assessorati all'Ambiente, alle Politiche sociali e al Verde. Il caldo urbano è insieme un problema climatico, urbanistico e di equità sociale: affrontarlo per compartimenti separati significa non affrontarlo. Il tavolo è il punto di partenza da cui costruire, in modo integrato, tutte le altre misure.
-Dotarsi di una strategia di adattamento ai cambiamenti climatici, integrando Puc, Pums e Piano del verde con dati climatici, socioeconomici e demografici per orientare le priorità di intervento.
-Ridurre l'effetto isola di calore nei quartieri più esposti, aumentando le superfici permeabili, promuovendo la de-impermeabilizzazione e introducendo standard bioclimatici nei regolamenti edilizi.
-Potenziare la rete ecologica urbana con corridoi verdi tra parchi, scuole e spazi pubblici e con Nature-based Solutions (alberature stradali, tetti e pareti verdi, drenaggio urbano sostenibile).
-Sviluppare una rete di rifugi climatici, mappando e valorizzando gli spazi già ombreggiati e accessibili.
-Adattarsi al clima significa proteggere le persone, ridurre le disuguaglianze e garantire che nessuno resti indietro.
Nota metodologica. I valori riportati non sono temperature dell'aria, ma temperature superficiali del suolo (Lst — Land Surface Temperature), rilevate dai satelliti Landsat 8 e 9 nel periodo estivo (1° giugno – 31 agosto), media diurna del decennio 2015–2025. Dati socioeconomici: Istat, Censimento permanente della popolazione e delle abitazioni 2021; Mef, redditi Irpef su base comunale, anno d'imposta 2022.




