AVELLINO – La vicenda dell' Isochimica, che oggi tiene banco con tutto il suo peso di lutti, nasce esattamente 28 anni fa quando il sottoscritto, in qualità di delegato provinciale del Wwwf, invia un esposto alla magistratura avellinese, corredato di documentazione fotografica, dal quale si evince che la ditta del patron Elio Graziano invece di smaltire i rifiuti di amianto secondo norma li interrava in maniera illecita. L'esposto dà luogo ad indagini che però, stranamente, non danno luogo ad esiti concreti ma ad una archiviazione. Stranamente perché la pericolosità dell'amianto era ben nota ed era già in vigore il Dpr 915/82 che individuava l'amianto come rifiuto tossico nocivo.
Nel 1988 Democrazia Proletaria, anche riprendendo l'esposto del Wwf, ripropone la questione che esplode anche sulla stampa ed attiva un procedimento penale con relative indagini. Qualche anno dopo viene presentato all'Asi un progetto per la bonifica dell'area per un importo di circa 5.000.000.000 di lire che prevedeva oltre alla bonifica del sito anche interventi all'esterno dell'area con monitoraggio della situazione, cosa molto opportuna in quanto non vi erano dati sulla esposizione della popolazione alle fibre. Tra alterne vicende (fallimento della ditta, interventi di vario genere, ecc) si arriva ai giorni nostri dove un cambio al vertice della Procura riapre il caso.
In questa sede non si vogliono rinvangare responsabilità del passato o cercare colpevoli da inquisire ma si vuole solo far chiarezza sulla situazione attuale che, da quanto si legge sulla stampa e dalle dichiarazioni dei vari protagonisti, appare ben lungi dall'essere chiara. Agli inizi della vicenda la legislazione in materia ambientale non era ancora compiutamente stata varata per cui non erano ancora state individuate le metodologie per il risanamento dei siti contaminati; ciò, però, non esimeva dal procedere con le iniziative dovute sia da parte di chi di dovere sia da parte degli enti pubblici. Dal 1982, infatti, era in vigore il Dpr 915/82 che già classificava l'amianto come rifiuto tossico nocivo e come tale da smaltire con le dovute cautele. Ma dal 1999 è entrata in vigore la nuova normativa sui siti contaminati che individuava metodologie e procedure atte ad intervenire su siti contaminati. E se nel 1999 vi era ancora una normativa perfettibile, dal 2006 con l' entrata in vigore del Dlgs 152/06 non vi sono più dubbi. Chi contamina un sito deve bonificarlo (in questa sede non verrà utilizzata la fraseologia appropriata ma quella più immediata e comprensibile). Se non lo fa chi deve provvedere? Il Comune, e se il Comune non interviene la Regione deve sostituirlo. Si badi bene non è una facoltà ma un obbligo di legge! Ma i soldi, la proprietà pubblica? Anche a queste domande c'è una risposta. La Regione deve stanziare i soldi e dopo l'intervento il suolo può essere acquisito alla proprietà pubblica. È un giro di cassa! Ma è soprattutto un obbligo.
Ed invece? Il solito scaricabarile. Per il Comune vi deve essere la proprietà pubblica, la Regione deve stanziare i soldi e per la Regione deve intervenire lo Stato. Cioè è sempre compito di qualcun altro! Una perversione tutta italiana. Se si deve fare qualcosa la si deve fare non dove si interviene ma altrove (chissà dove però), se c'è qualcosa da fare lo deve fare sempre qualcun altro ed alla fine nessuno fa niente e non si fa niente. Ma la gente si ammala? La colpa non è mia ma di qualcun altro! L'ambiente viene distrutto? Sì, ma non da me! Occorre realizzare un impianto per trattare i rifiuti? Sì, ma da un altra parte?
Ed il bello che la scusa che si adduce (oltre naturalmente che non è di competenza e non ci sono soldi) è che alla fine si vuol difendere l'ambiente! Un vecchio detto dice "’a caruta ‘e Melfi tutti fravecaturi". Oggi si potrebbe dire "tutti ambientalisti". Un caso (tipicamente) italiano.
