AVELLINO – Con la relazione del segretario uscente Giuseppe Petruzziello si sono aperti stamane, presso il Country club di Picarelli, i lavori del 17° congresso provinciale della Cgil. Questa la sintesi dell’intervento di Petruzziello:
Il 17simo congresso provinciale della Cgil di Avellino cade in un momento di gravi difficoltà sociali, economiche, che colpiscono principalmente i lavoratori in tutto il Paese. Difficoltà che nel Mezzogiorno, in Campania e in provincia di Avellino, così come nelle aree interne della nostra regione, sono ancora più soffocanti ed incisive. Il 2014, secondo le previsioni, tutte ancora da verificare, dovrebbe segnare l’inizio di una nuova stagione di ripresa, nel nostro Paese, ancora una volta messa in discussione dalla pochezza delle proposte politiche e di politica economica.
LA POLITICA IN ITALIA
L’aumento della povertà è un dato incontrovertibile degli effetti delle politiche di austerity, suggerite dall’Europa ed applicate senza avvedutezza dal governo Monti, contro i cui provvedimenti la posizione della Cgil è sempre stata di forte e dura critica. Resta, ancora inconsistente, anche in termini di dichiarazione di volontà, la politica a favore del Mezzogiorno, che manca ormai da un lustro dall’agenda politica di tutti i governi che si sono succeduti, compreso il penultimo guidato da Enrico Letta, per non parlare della mortificazione subita dal governo Monti e dai precedenti governi Berlusconi, che hanno dirottato esclusivamente al Nord e su segmenti della finanza e non dell’apparato produttivo, le già esigue risorse.
IL MEZZOGIORNO E LE AREE INTERNE
Non da oggi, la Cgil ha asserito che solo guardando alla ripresa economica del Mezzogiorno, arrestando il processo di destrutturalizzazione industriale e di desertificazione sociale ormai avviato e forse irreversibile, è possibile garantire a tutto il Paese le condizioni per un inversione di rotta rispetto alla crisi economica.
LA STRATEGIA DELLA REGIONE CAMPANIA
L’ultimo governo regionale guidato dal presidente Caldoro rappresenta di fatto l’ultima piaga che avremmo potuto volere per l’Irpinia. Piuttosto che valorizzare le risorse naturali e considerare l’Irpinia il polmone verde della Campania, il governo regionale ha tentato in ogni modo di allestire discariche e sversatoi, che solo grazie alla determinazione delle comunità, del sindacato e delle amministrazioni locali, che hanno trovato in alcuni momenti, la capacità di un agire comune, sono state in parte scongiurate. Anche sulla sanità, abbiamo registrato la stessa ostilità da parte della Regione Campania, con la cancellazione e la chiusura dei presidi sanitari di periferia, una contrazione della spesa attuata grazie al fidato killer, manager dell’Asl, Sergio Florio, mero esecutore della volontà politica di Caldoro, che ha privato l’Irpinia dei più elementari servizi sanitari, dall’assistenza domiciliare integrata, una delle tante grandi battaglie della funzione pubblica e della Cgil, passando per il blocco del turn over che di fatto ha reso inoperosi interi reparti sanitari. Inutile ricordare la protervia con la quale si è messo mano al piano trasporti, decretando l’isolamento di intere comunità irpine, cancellando il diritto alla mobilità dei nostri concittadini. Di fronte a questo atteggiamento della Regione Campania, è inequivocabile la volontà di acuire il divario economico e sociale tra le due aree della Regione, tanto da aprire gli occhi anche ai nostri livelli regionali ed al segretario generale della Cgil Campania, Franco Tavella, che ringrazio pubblicamente, il quale è intervenuto più volte, a difesa dell’Irpinia e della provincia di Benevento, inserendo la vertenza Irpinia nell’agenda della Cgil Campania per dire no all’isolamento ed all’impoverimento sistematico voluto dalla Regione.
LE CONDIZIONI DELL’IRPINIA
È innegabile, dunque, che gli ultimi 4 anni sono stati per l’Irpinia, uno stillicidio in termini di occupazione. Un allarme chi il sindacato e la nostra organizzazione ha lanciato da tempo alle istituzioni, raccogliendo i dati drammatici sulle condizioni della nostra provincia.
LA DISOCCUPAZIONE IN IRPINIA
La provincia di Avellino fa registrare un tasso di disoccupazione di 5 punti maggiore rispetto al dato nazionale, con il 17% della popolazione attiva disoccupata rispetto al 12,3% del dato italiano. Catastrofica la condizione dei giovani, per i quali, 6 su 10 non hanno occupazione. Ben 84 mila gli iscritti al Centro per l’impiego di lunga data, senza considerare quelli che per sfiducia sfuggono alle statistiche, in quanto sono nella condizione di non cercare più alcuna occupazione, almeno attraverso i canali ufficiali.
IL LAVORO IRREGOLARE
In questo quadro di riferimento, l’unico settore fiorente, sembra essere quello del lavoro nero ed irregolare. Solo l’Inps , sul totale di 463 aziende visitate ha accertato 421 irregolarità. Solo una azienda su dieci rispetta la legge.
LE VERTENZE IRPINE
Del resto è risaputo che il ricorso al lavoro irregolare è sintomatico di una condizione di sofferenza dell’apparato produttivo, sebbene questo no può essere un alibi o una giustificazione.
IL METALMECCANICO
Sofferenze che in Irpinia si sono acuite dal 2011, quando la Irisbus, uno di più grandi stabilimenti della Provincia di Avellino, chiuse i battenti, determinando un contraccolpo pesante su tutto l’indotto provinciale. Quella della Irisbus non rappresenta certo l’unica grande vertenza della Provincia di Avellino, a questa si somma infatti l’alto grande fronte vertenziale della Fma, determinato dalla scelta dell’azienda torinese di de localizzare fuori dai confini nazionali il cuore dell’apparato produttivo, senza alcuna scelta di ammodernamento ed innovazione degli stabilimenti italiani, dove l’unica politica attuata dalla Fiat era quella di deregolamentare la contrattazione e giocare una personalissima guerra contro la Fiom e la Cgil, dalla quale far scaturire la cancellazione di anni di lotte per la difesa dei diritti dei lavoratori.
LE RISORSE DELL’IRPINIA
È innegabile, del resto, che nonostante la crisi di lungo periodo e le sofferenze drammatiche dell’intero comparto produttivo, la speranza per la nostra provincia è legata anche e soprattutto allo sviluppo del settore manifatturiero ed agricolo e della trasformazione dei prodotti tipici. Non oggi suggeriamo la necessità di attuare politiche volte alla creazione di un marchio Made in Irpinia, per valorizzare i prodotti tipici della terra, le eccellenze agricole della provincia di Avellino, da legare ad un progetto di valorizzazione turistica, sfruttando le grandi risorse naturali, paesaggistiche e ambientali. Le grandi imprese operanti nel settore della trasformazione agro industriale scontano arretratezza ed inefficienza degli enti, come nel caso di alcune aree industriali dove pur essendoci richiesta di prendere possesso di altri capannoni da parte di marchi già esistenti sul territorio, l’Asi non riesce a sciogliere i nodi per favorire una maggiore produttività. Così come abbiamo auspicato e difeso la necessità di un marchio per i prodotti del distretto conciario di Solofra, in modo da recuperare il divario sui mercati venutosi a creare con la concorrenza derivante dai paesi emergenti del vicino e lontano oriente.
SALVAGUARDIA AMBIENTALE E VALORIZZAZIONE DELLE ECCELLENZE
È evidente, però, che tale azione non si esplica attraverso l’elargizione a pioggia di mille piccoli contributi per questa o quella sagra paesana, di cui l’Irpinia è costellata da giugno ad ottobre, che servono solo a fare clientela e non a determinare dinamiche di sviluppo organiche e durature.
IL PATTO PER LO SVILUPPO
Siamo, però, consapevoli che una nuova politica di investimento ed una riconversione dell’apparato produttivo, più vicino alla vocazione territoriale della nostra provincia, non possono essere attuati senza l’aumento della dotazione infrastrutturale del territorio. Su questo punto, la Cgil, come il sindacato a livello unitario, ha giocato la più grande partita politica e di proposta dal post terremoto ad oggi, con la proposizione del Patto per lo sviluppo.Un patto, che ampiamente riconosciuto dalle politica e dalle part sociali, rappresenta l’elemento più concreto ed il punto di sintesi più alto realizzato in provincia di Avellino. Vale la pena ricordare in questo consesso, che con il Patto per lo sviluppo si è inaugurata una nuova visione dello sviluppo in Irpinia. La Cgil è consapevole, che con le sole misure del Patto, difficilmente si riuscirà ad imprimere un cambio di rotta nel breve periodo e dare all’Irpinia una speranza immediata e gli strumenti necessari per contrastare la crisi e riprendere la strada dello sviluppo. Non dimentichiamo, però che insieme al Patto, che comunque prevede interventi su importanti opere infrastrutturali che potrebbero comunque avviare interventi economici anticiclici aprendo i cantieri e rilanciando l’edilizia, ci siamo battuti per lo stanziamento dei fondi per le are industriali in crisi, ottenendo anche la revisione in aumento dell’impegno di spesa, e la creazione di una cabina di regia. Questa è la proposta accettata dall’assessore Martusciello al quale oggi chiediamo quali siano i tempi per lo stanziamento dei fondi e i prossimi step per il rilancio delle aree in crisi.
LA STRATEGIA DEL FRONTE COMUNE E L’UNITA’ SINDACALE
Bisogna dare merito dei risultati raggiunti, anche all’unità cha ha caratterizzato i rapporti tra le sigle sindacali di Cgil, Cisl, Uil e Ugl, che si sono sempre trovate unite di fronte ai grandi problemi che la crisi ci ha proposto e alle grandi vertenze che abbiamo dovuto affrontare, dai trasporti, alla forestazione, ai servizi, alla sanità alla giustizia, alla scuola alla sofferenza del lavoro pubblico e dell’apparato industriale. Cgil, Cisl, Uil e Ugl che in occasione delle mobilitazioni di piazza organizzate in Irpinia, dagli scioperi alle rivendicazioni per il lavoro e lo sviluppo, hanno sempre riscosso l’apprezzamento delle comunità, dei cittadini e la partecipazione di questi. Non con la stessa partecipazione e collaborazione hanno inteso partecipare le istituzioni e le rappresentanze politiche della provincia, alle quali chiediamo uno scatto d’orgoglio, in termini di rappresentanza nelle istituzioni in cui operano, a partire dalla Regione per finire al Parlamento, dimenticando la loro appartenenza politica e difendendo le istanze della terra e dei cittadini che li hanno eletti.
