AVELLINO – La città di Avellino ha reso omaggio ai caduti sul lavoro con l’inaugurazione del monumento dell’Amnil (Associazione nazionale mutilati e invalidi del lavoro) avvenuta questa mattina in Piazza d’Armi presenti le maggiori autorità cittadine. L’opera (nella foto), realizzata dagli artisti Giuseppe Coluccio e Giacomo D’Onofrio), è inserita all’interno di un contesto urbano di forte identità, in un’area caratterizzata dalla presenza di due importanti edifici pubblici per la città di Avellino, il tribunale e l’ex carcere borbonico.
L’opera – si legge in un comunicato – è stata progettata nel contesto come un elemento verticale in un unico blocco monolitico di pietra irpina di Montemiletto, appoggiato su una piattaforma concepita con forme geometriche regolari. All’interno del blocco nella parte centrale è stata scolpita una figura stilizzata con il volto coperto da un velo. Lo scopo è di generare un suggestivo contrasto tra le forme rigide del blocco esterno e le linee figurative (libere) del corpo incastrato. La forma geometrica ellittica al centro della geometria regolare, caratterizza e mette in armonia materica e volumetrica l’intera l’opera, e rimanda al titolo: chiuso in un guscio di pietra. Il tema proposto vuole evidenziare il duplice valore del rapporto tra uomo e lavoro: il lavoro può rendere un uomo libero … ma può anche gravemente ferirlo. La scultura vuole quindi veicolare il messaggio che molto spesso si capiscono i veri rischi sul luogo di lavoro, solo quando ormai il lavoro ha già provocato gravi ferite. Il volto del corpo coperto dal velo vuole rappresentare un invito ad una lettura personalizzata dell’opera d’arte, essendo purtroppo molto diffuso e comune il dramma degli infortuni sul lavoro. In altre parole ognuno deve poter riconoscere nella figura scolpita l’immagine di una persona cara segnata da una grave ventura e quindi vivere nella propria intimità un personale ricordo.
La scelta di realizzare l’opera d’arte con pietra tipica è stata fortemente imposta dagli artisti, perché, come racconta Claudio D’Onofrio: “… un messaggio così importante meritava un forte legame con il territorio. Ci piaceva l’idea di immaginare l’opera come uno strumento in grado di comunicare generando vibrazioni dal suolo. Per ottenere un tale risultato non avremmo potuto accettare l’idea di utilizzare una pietra estranea al contesto territoriale e quindi culturale. L’arte che noi proponiamo deve comunicare per percezioni materiche, … la materia che modelliamo e accostiamo deve continuare a vivere senza sostanziali trasformazioni”.




