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    23/08/2026

Ricostruzione, industrializzazione del cratere e gestione del territorio

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Una veduta dall'alto della Palcitric di CalitriCALITRI – Dopo i tragici eventi del 23 novembre 1980 apparve chiaro che la ricostruzione post sismica non poteva limitarsi alle residenze. Nacque così la legge 219/81 che con le successive modifiche ed integrazioni stanziò ingenti risorse per l’industrializzazione delle aree del cratere. Chi scrive all’epoca era il delegato provinciale del Wwf e produsse un documento di critica all’industrializzazione che, inviato dal Wwf nazionale alla Cee, produsse addirittura l’apertura di una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia. La critica non riguardava l’industrializzazione in sé ma il modo in cui essa avveniva, si poteva dire che non era il che ma il come.

Siamo infatti più che convinti che una componente forte di reddito industriale sia indispensabile al progresso di un territorio, sia per assorbire la manodopera che fuoriesce dalle attività primarie (agricoltura e zootecnia in primis) sia per creare quell’indispensabile substrato per lo sviluppo del terziario e del terziario avanzato. Solo così è possibile creare sviluppo. Si criticavano invece le scelte fatte per i nuclei industriali sia in numero che per localizzazione. San Mango sul Calore, San Angelo dei Lombardi, Nusco-lioni, Morra De Sanctis, Conza della Campania, Calabritto, Lacedonia, Calitri: ben otto nuclei che hanno richiesto un eccesso di opere infrastrutturali a cui vanno aggiunti ben 115 Pip (Piani insediamenti produttivi) (se non erro) ed i nuclei industriali realizzati nelle province limitrofe praticamente addosso a quelli irpini (Nerico a Potenza, in adiacenza al territorio di Calitri; Oliveto Citra e Contursi a valle di Calabritto): uno sciupio di risorse e territorio! Oltre ai nuclei distanti solo qualche chilometro uno dall’altro (soprattutto nella Valle dell’Ofanto) una buona parte di essi è stata localizzata in aree sensibili come quelli a monte della diga di Conza usata anche a scopo potabile.

Queste erano le critiche mosse, critiche non peregrine tanto da attirare l’attenzione della Comunità europea. Infine la preoccupazione che le aziende, che si insediavano per effetto di forti incentivi, avrebbero potuto avere vita breve lasciando una serie di cimiteri industriali che avrebbero finito per distruggere le aree migliori della nostra Irpinia senza produrre un reale sviluppo. C’è da dire che tali preoccupazioni erano condivise anche dall’on. De Mita che in un convegno a Summonte (non ricordo purtroppo l’occasione) “rimproverò” un sindaco che affermava che l’industrializzazione era stata sviluppata velocemente dicendogli che invece essa era stata realizzata “in fretta” e quindi non in maniera perfetta citando proprio il numero eccessivo di nuclei individuati più su base campanilistica che razionale. Purtroppo fummo facili profeti e basta oggi girare per le aree industrializzate per vedere i numerosi capannoni chiusi ed abbandonati da assoggettare solo ad interventi di messa in sicurezza/bonifica. Ma la cosa ancora più triste è che, per una serie di cause, anche quando esisteva la possibilità di recuperare alcuni insediamenti industriali ci si è dovuti scontrare con una serie di interessi particolaristici che hanno vanificato qualunque tentativo.

Un caso emblematico è quello della Palcitric di Calitri. Una azienda per la quale sono stati spesi molti miliardi di vecchie lire (di cui 37 di mano pubblica) che viene realizzata per la produzione di acido citrico. Per un certo tempo l’azienda produce, poi chiude non perché passivo l’impianto ma per le difficoltà finanziarie del gruppo di partenza. Un impianto di grandi dimensioni che per anni è stato lasciato alle intemperie e soprattutto alla mercé dei furti: in particolare, è stato asportato tutto il rame presente nell’azienda (impianti elettrici, trasformatori ecc) nonostante l’impegno profuso dai carabinieri che più volte hanno arrestato i ladri ma che chiaramente non potevano effettuare un presidio fisso. Sul sito vi erano (e vi sono ancora) altresì reattivi inutilizzati, prodotti non venduti e rifiuti. Il tutto era stato caratterizzato dalla curatela fallimentare e doveva essere venduto, ove possibile, o smaltito come rifiuto. Nel 2013 una società la EcoEnergy prende in fitto il capannone per avviare una attività immediata di compostaggio, sfruttando anche l’impianto di digestione anaerobica presente, ma con un progetto molto più ampio sul quale era stato coinvolto anche il laboratorio di microbiologia industriale del Dipartimento di ingegneria dell’Università di Salerno.

Il progetto voleva utilizzare i fermentatori esistenti per produrre acido lattico (per le bioplastiche) a partire da siero di latte in modo da poter anche finanziare un progetto per la produzione di bioetanolo di seconda generazione. L’impianto era così grande che avrebbe potuto ospitare anche più di una produzione. L’azienda si impegnava altresì a smaltire i rifiuti esistenti a propria cura e spese.

Il 20 novembre del 2013 fu effettuato un sopralluogo in azienda ove erano presenti, oltre all’azienda ed all’amministrazione comunale, l’Arpac, i carabinieri ed i rappresentanti di Legambiente e comitato cittadino. All’esisto del sopralluogo venne redatto verbale nel quale nessuno avanzò osservazioni. Poco dopo esplose la polemica circa la presenza di rifiuti tossici interrati senza peraltro alcuna effettiva documentazione od anche indicazione di dove fossero presenti. Alla luce degli eventi che rendevano invivibile il sito per la situazione ambientale creatasi l’azienda rinunciava sia agli investimenti che ai conseguenti interventi di messa in sicurezza.

Finita la bagarre con l’allontanamento della ditta che, si ricorda, avrebbe provveduto anche alla messa in sicurezza dell’impianto, nulla è stato più fatto e dei rifiuti della Palcitric nessuno ha più parlato fino ai giorni nostri ove l’intervento della Procura di Avellino ha riportato alla ribalta il fatto con il sequestro dell’impianto e gli avvisi di garanzia conseguenti. Tra essi alcuni riguardano proprio chi prima denunciava i pericoli e poi non è intervenuto avendone la titolarità e l’obbligo.

Quali possono essere le conclusioni che si possono trarre:

1) le critiche all’industrializzazione del cratere si sono rivelate più che esatte, si è speso troppo, si è consumato troppo territorio e si è prodotto poco;

2) il tessuto industriale si è rivelato scollegato dal territorio e quindi debole;

3) nonostante tutto la componente industriale è fondamentale per lo sviluppo dell’Irpinia ma oggi è come se si volesse rimuovere ogni possibilità di recupero del sistema attuale per il quale è stato speso tanto anche in termini di territorio;

4) chi dovrebbe promuovere il recupero di queste aree contribuisce ad affossarle vaneggiando un futuro roseo fatto solo di turismo e percorsi enogastronomici;

5) questo atteggiamento produce danni gravi anche all’ambiente impedendo la risoluzione di problemi annosi e peggiorando lo stato attuale; la Palcitric del valore di miliardi di vecchie lire verrà messa all’asta al prezzo di 450.000 euro solo per la rottamazione che eliminerà l’impiantistica lasciando un cimitero fatto di sottoservizi abbandonati ed irrecuperabili.

Dopo aver sbagliato l’atteggiamento nei confronti dell’industrializzazione stiamo sbagliando anche quello della gestione  presente del territorio ipotecando ciecamente il futuro dei nostri figli.

 

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