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    11/10/2026

Le memorie di un frate di Carife nel libro del prefetto Forgione

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Una veduta di CarifeAVELLINO – Armando Forgione, brillante funzionario di polizia - che ebbi modo di conoscere giovane commissario presso il ministero dell’Interno -, oggi prefetto capo del personale della Polizia di Stato, con genitori originari di Carife, appartiene a quella folta e prestigiosa schiera di "intelligenze irpine" e classe dirigente campana e meridionale, formatasi e maturata nel rigore degli studi, dell’impegno e del lavoro professionale - sino a raggiungere i più alti livelli di carriera - in tutti i settori della vita pubblica nazionale.

Forgione, validissimo investigatore nel settore dell’antiterrorismo - tra l’altro nella squadra del prefetto Carlo De Stefano - e dei servizi, già prefetto di Chieti, ha recentemente pubblicato un saggio storico su un suo lontano antenato monaco francescano, dai risvolti sottilmente autobiografici, presentato venerdì 25 scorso ad Avellino.

La pubblicazione intitolata "Arrivederci ma quando... Memorie di un frate errante" (157 pag., Armando Curcio Editore), in formato tascabile ma dal denso contenuto narrativo, si ispira alle vicende e peregrinazioni di fra Vitantonio da Carife - ricostruite attraverso la fitta corrispondenza con la famiglia -, zio del bisnonno dell’autore, con un’ambientazione storica calata tra la fine del Regno borbonico ed i primi decenni dell’Unità d’Italia.

La narrazione, sin dal prologo, è ricca di spunti di riflessione personale dell’autore, presentando in esordio un intreccio di elementi storici e geografici riferiti alla terra di origine della famiglia, Carife e la Baronia - un comprensorio di Comuni montuosi e di alta collina tra Trevico e Grottaminarda - a vocazione agricola, a cavallo tra la Campania e la Puglia.

L’autore, con piacevole stile narrativo, esordisce descrivendo l’antica e piccola Carife - dove la storia comincia - che frequentava da ragazzo, con le sue usanze e tradizioni di civiltà contadina, le strade acciottolate ripide ed impervie del centro storico, focalizzando le caratteristiche di una comunità povera ma laboriosa e solidale.

Territorio ad alta sismicità, come tutta l’Alta Irpinia, duramente devastato da una serie di terremoti storici, fra cui l’ultimo del novembre 1980, in cui Armando intervenne come giovane volontario. Il sisma ha determinato profonde trasformazioni non solo materiali, stravolgendo la fisionomia urbana e l’assetto abitativo ma anche l’antico tessuto umano e sociale, incidendo come uno spartiacque per la storia di quella piccola comunità e di tutta l’Irpinia.

La prima parte del libro è dedicata alla trama dei lontani ma intensi ricordi degli antenati di Carife, con una interessante ricostruzione di vicende, narrazioni dirette o tramandate, ammaestramenti, massime di antica sapienza, frammenti di vita quotidiana, filtrati nella delicatezza degli affetti e suggestioni di un adolescente, ma anche attraverso una acuta riflessione critica, capace di cogliere dalla saggezza della cultura familiare e contadina profondi messaggi di vita, destinati a rimanere ben impressi.

Dopo il fitto inquadramento familiare in Alta Irpinia, viene in evidenza il protagonista della narrazione, fra Vitantonio Carsillo - monaco nato a Carife nel 1842 -, pazientemente ricostruita attraverso il manoscritto consegnato dalla nonna al piccolo Armando, contenente la certosina ricopiatura delle sue lettere, devotamente effettuata dallo zio Vincenzo che lo considerava il suo santo protettore.

L’articolato e pregno epistolario consente di ripercorrere, nel lungo arco temporale dal 1863 al 1914, le traversie ed avventurose peregrinazioni del francescano di Carife, in esilio forzato dall’Irpinia - perché renitente alla leva come religioso- dapprima verso la Roma pontificia, in Italia centrale, poi in Veneto, quindi in Dalmazia e di nuovo in Italia, ripassando per Calitri; fino alla scomparsa quasi in odore di santità.

Già dalla chiosa dello zio Vincenzo all’epistolario si evince il pregnante messaggio di famiglia rivolto alle future generazioni: "Le eredità materiali si possono dividere ed alienare, ma le eredità spirituali non si consumano mai: nihil habentur et omnia possidentes", con la massima di padre Vitantonio operare bene anche dormendo".

La seconda parte del lavoro si focalizza sulla edificante personalità di frate Vitantonio, al secolo Giovanfilippo Carsillo, che sin da bambino manifestò la sua profonda vocazione, coltivata tra gli stenti e le difficoltà degli studi di una famiglia contadina della Baronia, riuscendo nel 1860 a prendere i voti semplici nel convento di Montecalvo.

Tuttavia il suo percorso conventuale conobbe uno sfortunato intralcio, incrociandosi nel 1860 con la transizione dal Regno borbonico all’Unità d’Italia sabauda, nel cui nuovo regime giuridico furono aboliti ex abrupto i privilegi religiosi dell’esenzione dal servizio militare per i novizi, fino ad allora pacificamente applicati nelle Due Sicilie. Di conseguenza il nuovo ministero della Guerra del Regno d’Italia bocciò la decisione del consiglio di leva di Ariano circa la esenzione del giovane dalla leva, ponendo così a rischio il suo percorso verso l’ordinazione monacale.

Pronunciata nel 1863 la promessa solenne nel convento di Paduli, i superiori, tra cui il vescovo di Lacedonia, ordinarono a Vitantonio il trasferimento a Roma nell’allora Stato pontificio. Il viaggio, consumato per una serie di tappe, assieme ad altri confratelli - perseguitati per lo stesso motivo- si rivelò disagiato, avventuroso e pieno di insidie, lungo una impervia viabilità secondaria, soprattutto per l’imperversante brigantaggio di quegli anni. Tuttavia il novizio di Carife, superando varie peripezie, riuscì a varcare clandestinamente il confine con lo Stato pontificio, dove a Roma nel 1865 fu ordinato sacerdote.

La sottrazione agli obblighi di leva naturalmente non derivava da una scelta di "comodità personale" di Carsillo, ma piuttosto dalla volontà dei suoi superiori e, soprattutto, dalla incompatibilità che il servizio militare avrebbe determinato rispetto alla prosecuzione del percorso vocazionale. Tuttavia il nostro fra Vitantonio, a causa della perdurante pendenza legale, non poté per lunghi anni ritornare nella natia Irpinia, in cui poté rimettere piede solo nel 1988, errando verso missioni conventuali sempre più lontane, ligio alla regola dell’obbedienza.

Si trasferì poi nel Lazio a Terracina ma dopo la caduta dello Stato pontificio del 1870, peregrinò in varie località dell’Italia centrosettentrionale - anche in condizioni di patimento - fino al Veneto, per poi espatriare approdando nelle opere francescane in Dalmazia, senza mai interrompere un cauto ma intenso rapporto epistolare con i familiari di Carife. Prolungata ed operosa fu la permanenza del frate oltre l’Adriatico - allora quasi al confine con l’Impero ottomano-, in particolare a Perasto nelle Bocche di Cattaro (attuale Montenegro) e nelle isole dalmate, per la cura delle anime di comunità cristiane nettamente minoritarie.

La sua corrispondenza di quegli anni da una terra straniera risulta di grande interesse e ricchezza, offre elementi descrittivi di valore storico-geografico, ma soprattutto spunti e riflessioni di elevata spiritualità ed insegnamento morale, oltre che aggiornamenti sulle vicende familiari e personali, esprimendo il desiderio irriducibile di rivisitare la contrada natia (di qui il titolo, “ Arrivederci, ma quando..").

Le molteplici esperienze maturate dal religioso itinerante per missioni conventuali, sempre lontano dai luoghi di origine - anche nel delicato e complesso scenario etnico dei Balcani - si rivelano cariche di fortezza spirituale e di opera di bene, rappresentate con umiltà e mitezza, rimanendo sempre intenso l’umanissimo richiamo alle mai dimenticate radici territoriali e degli affetti familiari, che rappresentano un costante filo conduttore dei suoi scritti.

Viene poi incidentalmente in evidenza la figura di un "grande irpino", Pasquale Stanislao Mancini (1817-1888), eminente giurista e politico della Sinistra storica, originario di Castel Baronia e quasi conterraneo di Vitantonio, deputato del Regno.

Più volte ministro della Pubblica istruzione, di Grazia e giustizia e degli affari esteri nel governo Depretis (1881-85), fu tra i fondatori del diritto internazionale privato e fautore della Triplice Alleanza (1882) con gli imperi centrali di Germania ed austro-ungarico, con benefici effetti per la presenza italiana nei Balcani.

I familiari di Carife si rivolsero all’illustre ministro conterraneo che, disponibile, si adoperò sul piano legislativo per promuovere l’amnistia del 1882 che tuttavia non ricomprese la sua fattispecie di renitente, fino a quando nel 1888 Vitantonio non fu libero di rimettere piede a Carife - dove ritornò più volte - dopo circa trent’anni di patita assenza.

Fra Vitantonio, di accresciuto prestigio e spessore spirituale, rientrato dalla Dalmazia, fu assegnato ad un convento francescano su un isolotto di Venezia e divenne confessore e padre spirituale del patriarca cardinale Giuseppe Sarto, poi divenuto Papa Pio X (1903/14), successivamente santificato - che, tra l’altro, lo sostenne nell’ordinazione sacerdotale del nipote Giuseppe Carsillo - e, dopo essere tornato più volte a Carife, si spense settantaduenne a nel 1914 a Motta di Livenza nel Trevigiano.

L’epilogo chiude il saggio con l’interrogativo finale dell’autore, che costituisce l’intera chiave di lettura dell’opera: "Ma loro avrebbero voluto che io raccontassi?".

Qui emerge con delicatezza la vena sottilmente autobiografica, riferita idealmente all’etica valoriale ed all'intima spiritualità della famiglia di Forgione - tramandata attraverso l’esempio di sapienza ed umiltà ed il racconto degli antenati - ed agli insegnamenti e sacrifici dei genitori cui egli ha inteso ispirarsi nel suo percorso professionale, di vita e meritato riscatto sociale.

Tecnicamente la pubblicazione non si configura come una vera biografia, né una autobiografia in senso proprio ma piuttosto come una storia epistolare ed orale. In alcuni intensi passaggi il lettore può immergersi nel mondo di cui fra Vitantonio è stato attore, seguendo una traiettoria umana e monastica di straordinario spessore e ricchezza morale.

Inoltre risalta la cultura umanistica dell’autore, la sua passione per la lettura e la scrittura, la capacità di approfondimento storico con la meticolosa ricerca di fatti, luoghi e circostanze, dalla cui analitica e minuziosa ricostruzione emerge lo sfondo dell’Italia umbertina dei primi decenni post- unitari, gravata dal doppio peso della questione meridionale e della questione cattolica aperta in modo lacerante dalla breccia di Porta Pia ma in fase di graduale ricomposizione.

Infine si manifesta il tema dell’emigrazione forzata in senso lato dalle province meridionali e la profonda tensione dell’autore verso la riscoperta delle proprie radici, in un avvincente percorso a ritroso, di appassionato recupero della memoria e dell’identità morale in uno all’insopprimibile amore per la propria terra.

Aggiornamento del 21 settembre 2026, ore 8.14 - (Red.) “Arrivederci, ma quando…Memorie di un frate errante” è il titolo del libro (Armando Curcio editore) del prefetto Armando Forgione, direttore centrale per le risorse umane del ministero dell’Interno – Dipartimento di Pubblica sicurezza, che, presente il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, sarà presentato, presso la sala “Ciriaco De Mita” del carcere borbonico di via Alfredo De Marsico, venerdì prossimo, 25 settembre 2026, con inizio alle ore 18.00.

A condurre l’incontro sarà Gigi Marzullo, giornalista Rai. A dialogare con l’autore sarà Aldo Balòestra, giornalista, caporedattore del Mattino.

“Tutto ruota – si legge in una nota editoriale – intorno alla figura di fra Vitantonio da Carife, un frate francescano, lontano parente dell’autore, che nel 1860 dovette scappare dal proprio paese in Irpinia, a causa del mancato adempimento degli obblighi di leva. L’arrivo dei Savoia, infatti, sovvertì la legislazione dei Borboni nel campo del servizio militare, rendendolo obbligatorio per tutti, senza nessun privilegio per il clero.

Il lungo peregrinare di fra Vitantonio – prima a Roma e successivamente, dopo la presa di Porta Pia del 1870, in Veneto e in Dalmazia – viene ricostruito attraverso la corrispondenza che il frate mantenne con i propri familiari. Le lettere di fra Vitantonio, unitamente alle peripezie legate al suo peregrinare, diventano il veicolo utilizzato dall’autore per riportare alla luce una serie di eventi storici, che interessarono il nostro Paese dal 1860 fino alle soglie della Prima guerra mondiale. Un romanzo storico ispirato a fatti realmente accaduti, e una promessa mantenuta.

Ultimo aggiornamento ( Martedì 29 Settembre 2026 14:53 )  

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