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    19/06/2019

Avellino rende omaggio a Giuseppe d’Errico

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Giuseppe d'ErricoAVELLINO – Una folla immensa ha partecipato, questo pomeriggio, ai funerali di Giuseppe d’Errico nella chiesa Cuore Immacolato di Maria. Folta la rappresentanza della scuola irpina che si è ritrovata compatta per rendere omaggio ad una delle sue figure più rappresentative la cui lezione difficilmente sarà dimenticata.

Presente, tra gli altri, l’assessore alla Cultura del Comune di Avellino Nunzio Cignarella. Ad officiare il rito funebre padre Roberto. A ricordare la figura di Giuseppe d’Errico sono stati, oltre al figlio Gerardino, il preside Gesa e la professoressa Ricciardi.

Particolarmente toccante e significativo è stato il ricordo che del preside-poeta ha tracciato un decano della scuola irpina, il professor Biagio Antonelli, amico e collega di d’Errico, con cui ha condiviso, oltre che una fraterna amicizia, una lunga militanza nelle aule scolastiche formando intere generazioni di studenti attraverso un magistero innanzi tutto umano oltre che culturale ed educativo.

Qui di seguito il testo integrale del “saluto” del professor Antonelli.

*  *  *

Vi chiedo scusa per questo mio intervento, ma non potevo non porgere al mio amico Giuseppe d’Errico l’estremo saluto facendomi anche interprete dei vostri sentimenti nei suoi riguardi. Dunque non un’orazione funebre, ma solo un saluto che come un fiore simbolico depongo sulla sua bara. Chi è stato Giuseppe d’Errico? Tutti lo conobbero, tutti manifestano qui con la loro foltissima presenza la stima che ebbero per lui. Fu anzitutto un esemplare padre di famiglia a cui dedicò le sue energie fisiche ed intellettuali, rispettandone le diverse personalità, ma consacrandole a chi tutto vede e dispone, con la sua fervida fede, con la sua dirittura morale, con la sua francescana semplicità fatta di umile propensione per tutto e per tutti. Il che non è poco in questo nostro “opaco atomo del male”.

Fu poi un insegnante: il suo insegnamento, una precisa manifestazione della sua grande cultura umanistica, fu sempre improntato alla comprensione del complesso rapporto con tante giovani esistenze a lui affidate. I tanti, che io incontro, lo ricordano per la sua bontà, per la signorilità con cui osservava e faceva osservare i tanti significati essenziali della prosa e della poesia di cui fu impareggiabile esegeta. E fu poi meritatamente un preside, un direttore di coscienze, una luce, direi, che illuminò ogni suo atto, ogni sua decisione, ogni valutazione. E con questo impegno, dopo diversi anni, concluse il suo ciclo di uomo di scuola lasciando dietro di sé non poco rimpianto.

Ma il caro e defunto amico fu anche, e direi soprattutto, un poeta, dall’anima candida, dai sentimenti più genuini che può esprimere la poesia. Non mi fa alcun velo il dire che l’onda poetica delle sue varie composizioni avvolge il lettore, coinvolge il lettore, che col trascorrere dei versi avverte nell’animo un misterioso frullare. Ed è difficile operare una scelta in tutto ciò che ha lasciato scritto, difficile esprimere compiutamente le risonanze che hanno nell’animo di chi legge le tante immagini desuete, tanti balenii di un mondo tanto vicino ed umano.

Chi ha voglia di conoscere chi fu veramente il poeta, lo scrittore Giuseppe d’Errico ne avrà la possibilità. A me non resta che esprimergli la gratitudine per avere egli scoperto per noi mondi sconosciuti, mondi dimenticati. E ammirare tanta personalità che con la sua profonda fede illuminò ogni suo atto, ogni momento della sua vita, ogni rapporto con i suoi familiari, ogni palpito della sua semplicissima amicizia con tutti. E a noi tutti non resta che salutarlo con grande rispetto per l’ultima volta e nel nostro ideale abbraccio raccomandarlo, se ve n’è bisogno, a Colui che tutto può: accoglierlo sotto le sue grandi ali del perdono e di permettergli di continuare ad essere per noi vivida luce interiore.

Addio, Peppino: levis sit tibi etiam terra. L’augurio, nell’amata lingua, ti sarà più gradito.

Biagio Antonelli

 

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