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    18/04/2026

Morte di Daniele Fulli, il giovane di origine irpina ucciso a Roma: si tratta di omicidio passionale

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Il fiume Tevere nei pressi di Castel Sant'AngeloROMA – Gli inquirenti avevano sospettato fin dal primo momento che potesse trattarsi di un omicidio a sfondo passionale. Il luogo dov’era stato rinvenuto il corpo (un canneto in una zona isolata lungo il Tevere), il fatto che il ragazzo aveva i pantaloni slacciati, la circostanza che Daniele Fulli, il giovane parrucchiere di 28 anni, non faceva mistero di essere gay, erano elementi che potevano indurre a battere la pista dell’omicidio passionale piuttosto che quella della rapina che pure poteva essere ipotizzata, giacché il ragazzo non aveva più né il portafogli né il cellulare né lo zainetto che portava sempre con sé. Daniele Fulli da qualche giorno non aveva fatto rientro a casa. La mamma aveva denunciato la scomparsa ai carabinieri e aveva lanciato appelli sui mass media, ivi compresa la nota trasmissione “Chi l’ha visto?”. Ma l’altro giorno la scoperta del cadavere: Daniele è stato trovato morto in un luogo isolato sulla sponda del Tevere,  teatro, in passato, di altri fatti di cronaca nera. Sarebbe stato ammazzato dal compagno a seguito di un litigio maturato per questioni passionali. Ad ucciderlo un pluripregiudicato, tossicodipendente, Andrea Troisio,  di 32 anni, in cura presso una comunità di recupero sita nello stesso  quartiere della capitale dove il povero Daniele viveva con la madre. I due si erano conosciuti da pochi giorni, iniziando a frequentarsi. La sera del 4 gennaio scorso si erano appartati lungo il Tevere; probabilmente, al termine di un rapporto sessuale è scoppiata la lite. Daniele voleva allacciare una relazione più stabile con Andrea, ma questi la rifiutava. In uno stato di raptus, Troisio ha estratto un lungo cacciavite col quale ha colpito al collo e all’inguine Daniele, abbandonandolo sul greto del fiume. Lì è stato trovato da un pescatore rumeno che ha dato l’allarme. Aveva i pantaloni abbassati e il corpo presentava due fori che in un primo momento avevano fatto pensare a colpi di pistola esplosi con un arma di piccolo calibro. Poi, dal successivo esame del cadavere è risultato che si trattava di ferite prodotte da un’arma appuntita, un punteruolo o un cacciavite. Arma che non  è stata trovata sul luogo del delitto perché – come  l’omicida avrebbe detto agli investigatori – sarebbe stata gettata nel fiume. Stessa fine avrebbero fatto i documenti e il cellulare di Daniele. L’assassino pensava così di cancellare ogni traccia che potesse portare a lui. Ma evidentemente ignorava che per scoprire il “traffico” di un telefonino non è necessario l’apparecchio, basta consultare i tabulati. Cosa che hanno fatto gl’investigatori appurando così che i due giovani negli ultimi giorni si erano sentiti spesso. E anche la sera del delitto. Poi ci sarebbe stata la testimonianza di una ragazza che avrebbe sentito Daniele dire a telefono “ci vediamo più tardi e ne discutiamo di persona”. Una frase eloquente. Anche la mamma di Daniele, alla quale il figlio non nascondeva eventi rilevanti della sua vita, avrebbe fatto agli investigatori il nome delle persone frequentate negli ultimi tempi dal parrucchiere, tra le quali quello del Troisio. Daniele Fulli, nato a Roma da famiglia di origine irpina  (la mamma spesso si recava a Gesualdo, il Comune di provenienza),  era assai benvoluto negli ambienti frequentati dagli omosessuali della capitale. Era uno dei volontari dell’Associazione Gay Center. Infatti, quando era libero dal lavoro, si recava presso gli ospedali della città per assistere giovani ricoverati, vittime di omofobia. Pare che sia stato fidanzato con Simone, il ragazzo romano che si suicidò nell’ottobre scorso proprio perché deriso dagli amici per essere gay.

 

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