SOVERIA MANNELLA (Catanzaro) - Tra patti politici e rotture clamorose, retroscena e occasioni perdute, il libro è una ricostruzione storico-politica documentata dei molteplici tentativi, tutti falliti, anche se avviati in modo bipartisan - salvo l’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti di Regione - di modernizzare lo Stato italiano: dalla Commissione Bozzi ai referendum elettorali, dalla discesa in campo di Berlusconi alla stagione dell’alternanza, dalla Bicamerale D’Alema al Porcellum, fino alla riforma Renzi e a quella più recente sulla giustizia, bocciate entrambe dagli italiani.
Il libro contiene anche molte rivelazioni di fatti sconosciuti o rimossi. Tra esse, il libro porta alla luce una vicenda quasi dimenticata che riguarda la riforma della legge elettorale: il 27 maggio 1998, Sergio Mattarella – allora deputato – presentò a titolo personale una proposta di legge, l’Atto Camera n. 4926, che traduceva in articolato normativo il documento sottoscritto un anno prima dai maggiori partiti nella Bicamerale D’Alema, fallita nel frattempo: un sistema con un premio di maggioranza, fino al 55% dei seggi complessivi, da attribuire in un ballottaggio tra le due maggiori coalizioni. Nella relazione della proposta di legge, Mattarella apriva anche alla possibilità che i partiti e i gruppi politici organizzati depositassero insieme ai contrassegni “il nominativo della persona che intendono indicare per la carica di Presidente dei Consiglio dei ministri”, come del resto affermava la tesi n. 1 del programma dell’Ulivo. Una misura da prevedere “se si riterrà di decidere in questo senso nel corso del confronto parlamentare”. E che comunque non era ritenuta lesiva delle prerogative del Capo dello Stato. Certamente questo non significa che Mattarella, da Presidente della Repubblica, sia oggi a favore o contro l’introduzione di questa norma. Ma certamene quella proposta di legge, è un passaggio che oggi, nel pieno del nuovo confronto sulle regole del voto, riporta al centro del dibattito un tema di grande rilevanza.
Il libro è però molto più di una ricostruzione tecnica. È un viaggio dentro quarant’anni di storia della Repubblica. Calderisi racconta il “peccato d’origine” della “Seconda Repubblica”, nata – secondo l’autore – dal trauma di Mani Pulite e incapace di costruire un “bipolarismo europeo” con un partito popolare e liberal-conservatore, da una parte, e un partito socialista e riformista, dall’altro, che si legittimassero reciprocamente.
E poi gli aneddoti. Come quello che riguarda Marco Pannella e lo stesso Mattarella durante la nascita del Mattarellum. Nel 1993, mentre il Parlamento scriveva la nuova legge elettorale dopo il referendum per il maggioritario, Pannella convinse Mattarella – allora relatore della legge alla Camera – ad esprimere parere favorevole al suo emendamento (1.47) e a ritirare quello della Commissione (1.52), apparentemente identici ma differenti per quanto riguarda la possibilità di promuovere un referendum su quella stessa legge. Infatti, mentre il testo della Commissione prevedeva che l’elettore disponesse “di due voti da esprimere su due schede”, l’emendamento Pannella poi approvato stabilì che ogni elettore disponesse “di un voto” per il collegio uninominale e “di un voto” per la lista proporzionale. La sostanza era la stessa, ma quella minima differenza sul piano lessicale aveva una enorme valenza sul piano politico: quella formulazione consentì nel 1999 la promozione di un referendum per abolire la seconda scheda riguardante la quota proporzionale del Mattarellum, puntando ad un sistema più coerentemente maggioritario. Referendum al quale Mattarella fu contrario e che non raggiunse il quorum per una manciata di voti, e che fu pertanto un’altra grande occasione perduta.
Oppure il “patto delle vongole”, i “ribaltoni”, l’“uovo di Barbera”, lo “scorporo”, le “liste civetta”, il “giallo della vetrata”, il “tentativo Maccanico”, il “Tatarellum”, il “Porcellum”, il “Rosatellum”, il “patto del Nazareno” e tantissime altre espressioni di stampo giornalistico, ma fortemente espressive, diventate leggenda politica e che nel libro riemergono come capitoli di una lunghissima transizione mai conclusa.
“Storia di una riforma mai nata” è insieme memoir politico, saggio istituzionale e racconto delle grandi occasioni perdute della Repubblica. Un libro che arriva nel momento più opportuno: mentre l’Italia, ancora una volta, discute della legge elettorale per decidere chi debba governare, senza essere mai riuscita, però, a rinnovare la Carta del 1948, che gli stessi padri costituenti ritenevano necessario cambiare e aggiornare anche per correggerne “limiti ed errori”. Le esigenze di riforma sono pertanto rimaste e si sono anzi accresciute di fronte ai grandi mutamenti geopolitici, economici e tecnologici che stanno determinando una crisi strutturale delle democrazie occidentali. E dunque si pone un grave problema: come evitare che il “patriottismo costituzionale” emerso con il recente referendum sulla giustizia si trasformi in un assoluto “conservatorismo costituzionale”, dato che la contrapposizione ideologica e propagandistica tra gli schieramenti non lascia intravvedere spiragli di dialogo per intese bipartisan.
Peppino Calderisi è stato deputato per vent’anni, radicale, di Forza Italia e del Pdl. Si è occupato, in particolare, di sistemi elettorali, riforme costituzionali e referendum. Membro della Commissione bicamerale per le riforme costituzionali presieduta da Massimo D’Alema. Consigliere per le riforme istituzionali del Presidente del Senato Marcello Pera. Consigliere politico del ministro per Riforme costituzionali Gaetano Quagliariello nel governo Letta. Membro del Comitato scientifico della Fondazione Magna Carta. Fa parte dell’Associazione Riformismo e Libertà.







































